Le botte da orbi che stanno subendo tutti i mercati azionari mondiali mettono in luce alcune differenze di fondo e di comportamento tra diversi grandi investitori, istituzionali o privati.
A cominciare dal vecchio saggio, Warren Buffett, che sembra averci preso ancora. Berkshire Hathaway aveva portato a fine 2024 la liquidità (cash o in titoli del tesoro Usa a breve) a quasi 350 miliardi di dollari, più di un terzo su un attivo di circa 1.150 miliardi. Criticato da alcuni per aver perso gli ultimi mesi dell’anno di rialzo e la prima euforia post-elezione di Donald Trump, oggi si gode l’ultima dimostrazione di sapiente allocazione e valutazione dei rischi. Voto 8.
All’opposto, i grandi fondi a gestione passiva, che hanno acquistato fino all’ultimo, sull’andamento e peso degli indici, titoli delle big tech, finanziari o dell’energia. Costretti a seguire i trend, nei giorni scorsi hanno scaricato l’inverosimile, accentuando il crollo. Come ai tempi della crisi Lehman, chi ha in mano le armi di distruzione di massa dei mercati, le deve gestire passivamente. Non hanno ancora imparato la lezione, loro e i relativi regolatori. Voto 4.
Ci sono poi i colossi del private equity, protagonisti sui mercati negli ultimi anni. Già colpiti dall’aumento dei tassi, ora, se i prezzi crollano, molte aziende in portafoglio, spesso acquistate con delisting e a leva, resteranno immobilizzate a lungo, con perdite sensibili. Voto 5.
Infine, le conglomerate, soprattutto quelle investite sul settore immobiliare e finanziario. Qui ogni caso fa storia a sé. Trattandosi di soggetti privati, è difficile dall’esterno sapere chi ha comprato con mezzi propri e chi, invece, si è fatto prestare una parte più o meno grande di quanto investito; quali siano i prezzi di carico, le eventuali coperture con derivati e, conseguentemente, quanto margine di sicurezza ci sia prima di andare in rosso. Le differenze possono comportare serie conseguenze.
La memoria, per l’Italia, corre alla Tassara di Romain Zaleski. Partendo dal 2006-2007, era arrivata a farsi prestare dalle maggiori banche italiane fino a circa 9 miliardi di euro. Per la sola partecipazione in Intesa, il 6% circa del capitale, i debiti erano circa 4,5 miliardi. Poi altri pacchetti di Generali, Ubi Banca, Mps, sempre in buona parte a leva. Timing infelice.
Con il crack della Lehman Brothers, nel 2008, i valori delle azioni, soprattutto bancarie, vanno a picco. Ci vollero più di dieci anni per chiudere la ristrutturazione di Tassara, non senza sacrifici per le stesse banche finanziatrici: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi Banca, Banco Bpm, Monte dei Paschi di Siena, Carige.
I nomi degli obiettivi di scalata sono più o meno sempre gli stessi. Cambiano i candidati a conquistarne il potere. C’è solo da augurarsi che le basi siano più solide. Voto: in sospeso. (riproduzione riservata)