Sosteneva Confucio che il profitto in sé non è necessariamente un male, tutto dipende dal modo in cui lo persegui. Dunque anche l'obiettivo del presidente Usa Donald Trump di riequilibrare la sua bilancia commerciale e ripianare il deficit pubblico non è sbagliato di per sé. Lo diventa se si vuole conseguire questo obiettivo imponendo dei dazi al 20% sull'Unione Europea e al 34% sulla Cina. È questa ultima aliquota la chiave del nuovo ordine mondiale che il presidente statunitense vuole imporre, sempre che Wall Street, più che Ursula von der Leyen, glielo permetterà visti i crolli in tutte le borse.
E il perché lo ha spiegato a chi scrive una fonte autorevole del gotha finanziario americano che ha preferito restare anonima ma che esprime le sue impressioni su Foreign Affairs. Il tema è la natura della competizione economica tra Stati Uniti e Cina su cui i nostri lettori hanno potuto leggere più volte autorevoli considerazioni in Orsi & Tori. Da tempo gli ambasciatori della sicurezza nazionale americana per gli affari economici internazionali hanno avvertito ripetutamente gli interlocutori cinesi che l’ambiente internazionale favorevole che aveva permesso il successo della Cina sarebbe scomparso se Pechino non avesse modificato le sue politiche economiche predatorie. Tuttavia, la Cina ha in gran parte mantenuto la rotta, arrivando persino a rafforzare il suo approccio.
Quando il presidente Xi Jinping è salito al potere nel 2012, ha spiegato sempre la fonte, egli ha indirizzato la Cina verso il dominio delle tecnologie critiche, aumentando la produzione fino a generare sovracapacità e puntando su una crescita trainata dalle esportazioni. Washington, non essendo riuscita a convincere Pechino a modificare le sue politiche economiche predatorie né a creare un blocco commerciale alternativo per bilanciare la Cina, si è trovata con una sola opzione: gli Stati Uniti dovevano diventare più simili alla Cina. Dopo decenni passati a criticare Pechino per aver imposto alti dazi e altre restrizioni alle esportazioni statunitensi, oggi gli Stati Uniti stanno adottando le stesse barriere come ha mostrato Trump nella diretta del giorno della Liberazione Usa. Lo stesso vale per le restrizioni sugli investimenti esteri (sia in entrata che in uscita) e per la politica industriale. Cosa ci sia in ballo nella testa di Donald non è dato sapere.
Non c'è però da prendere sotto gamba l'azione trumpiana. Gli Stati Uniti potrebbero giocare al gioco protezionista tanto bene quanto gli altri, ma presto l’inflazione, l’aumento del costo della vita e la perdita di posti di lavoro nei settori colpiti dalle ritorsioni di altri Paesi cominceranno a farsi sentire. I dazi sono sempre un suicidio economico per chi li impone e per chi li paga, perché aumentano i prezzi e riducono i ricavi.
Inoltre, non è chiaro se la politica industriale incarnata nell’Inflation Reduction Act e nel Chips Act rappresenti la prima fase di una strategia più ampia degli Stati Uniti o se assisteremo a un passo indietro.
Gli Stati Uniti e altri Paesi stanno imitando la Cina soprattutto perché Pechino ha avuto successo in un modo inaspettato, come dimostra il fatto che è il Paese che sta godendo maggiormente del New Green Deal europeo. Il suo successo nei veicoli elettrici e nelle tecnologie pulite non è derivato dalla liberalizzazione economica, ma da interventi statali nel mercato con obiettivi nazionalistici.
Altro che le sanzioni europee sospese a Stellantis, Volkswagen & C. Bruxelles ha pensato più a Pechino che a Parigi, Roma e Berlino. Incredibile, e spero sia involontario. A prescindere dal fatto che gli Stati Uniti possano competere con la Cina sul suo stesso terreno, è importante riconoscere una verità fondamentale, ha concluso la fonte: oggi gli Usa operano in gran parte secondo gli standard di Pechino, adottando un nuovo modello economico caratterizzato da protezionismo, restrizioni sugli investimenti esteri, sussidi e politica industriale. Essenzialmente, un capitalismo di Stato nazionalista, perfettamente rappresentato dall'operaio di Detroit al fianco di Trump nella conferenza stampa.
Nella competizione su chi definisce le regole del gioco, questo round è terminato, almeno per ora. E la Cina ha vinto. L'Italia nel suo piccolo dovrà trovare il modo di preservare il suo quarto posto di esportatore al mondo, supportando la Commissione nella ricerca di risposte ai dazi americani ma allo stesso modo, come ha detto la premier Giorgia Meloni, agendo anche come nazione. Perché i dazi sono globali ma la partita la giocano Stati Uniti e Cina. Se si è davvero nazionalisti è il momento di dimostrarlo. (riproduzione riservata)