Il re è nudo. La pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense, letta nella sua componente digitale, toglie ogni velo a una verità scomoda: viviamo in un regime di conflitto permanente, in cui il cyberspazio è diventato il sistema nervoso della potenza americana. La strategia 2024 non lo descrive come semplice dominio da difendere, ma come teatro operativo integrato alla deterrenza nucleare e convenzionale.
Controllare cloud, chip, intelligenza artificiale, piattaforme digitali e cavi sottomarini significa esercitare influenza politica ed economica, costruire dipendenze strutturali e condizionare le scelte di altri Stati. Gli USA si preparano ad affrontare una guerra cyber preventiva e/o reattiva. In questo quadro, il cyberspazio non è più neutrale: è lo strumento con cui Washington proietta potere globale, trasforma dati e reti in leva geopolitica e stabilisce la propria supremazia tecnologica. Non si parla più di «potenziali rischi futuri», ma di un assedio in atto, fatto di attacchi quotidiani contro infrastrutture critiche, reti governative, supply chain tecnologiche. Il conflitto digitale, nella visione di Washington, non è un rischio remoto ma un teatro operativo già aperto, spesso sotto la soglia della guerra dichiarata.
In questo scenario la tecnologia non è più solo innovazione, è potere. Chi controlla cloud, chip, piattaforme di intelligenza artificiale e cavi sottomarini non si limita a offrire servizi: costruisce dipendenze strutturali, esercita influenza, condiziona scelte politiche ed economiche. La dottrina americana lo afferma con chiarezza: la cyber non è più mera difesa tecnica, è parte integrante della deterrenza accanto al nucleare e alle capacità convenzionali. La capacità di colpire reti e sistemi avversari diventa elemento centrale del messaggio strategico verso competitor e alleati.
Nel frattempo, quasi ogni funzione strategica europea poggia su reti e sistemi informatici di cui l’Europa non è proprietaria. Le piattaforme di riferimento sono quasi tutte americane o cinesi. I chip più avanzati sono progettati negli Stati Uniti, prodotti in Asia orientale, assemblati in catene di montaggio europee importanti ma non autonome. I principali modelli di intelligenza artificiale nascono in contesti anglosassoni o asiatici. Agli alleati europei gli USA non chiedono solo di spendere di più per la difesa, ma di allinearsi al perimetro tecnologico occidentale adottando standard e fornitori americani ed escludendo rivali sistemici dalle infrastrutture critiche.
Eppure, proprio qui emerge il punto di forza europeo, che Washington spesso liquida come «tecnocrazia» ma che, nella sostanza, è una linea di trincea: la qualità del dato che alimenta l’ecosistema digitale. In Europa essa è garantita da un impianto normativo complesso – GDPR, NIS2, DORA, AI Act – che disciplina raccolta, uso, conservazione, tracciabilità, responsabilità e trasferimento dei dati. È un sistema che sta stretto agli Stati Uniti.
Nel mondo nuovo, dove l’informazione è sovrana e il dato regna, la materia prima strategica non è solo la fabbrica di chip, è il dato. Nel 2024 la produzione globale di dati è stata stimata in 149 zettabyte, destinati a diventare 181 nel 2025 e a sfiorare i 394 entro il 2028; l’economia digitale alimentata da questa marea di informazioni vale circa il 21% del PIL globale. Questa mole di dati è il carburante che alimenta il motore dell’economia digitale, che per non imballarsi deve potersi approvvigionare di combustibile di qualità certa.
Qui entra in gioco una dimensione spesso trascurata, ma decisiva: non basta avere tanti dati, occorre avere dati buoni. La leadership decisionale – di un governo, di una banca, di una azienda – dipende dall’affidabilità delle informazioni su cui si basa. Governare un Paese, un’alleanza o un gruppo quotato con dati inaffidabili equivale a guidare nella notte senza fari. Questo vale per i modelli di rischio, per l’AI generativa usata nei processi interni, per gli algoritmi di trading ad alta frequenza. Senza una certezza minima sulla provenienza, l’integrità e il trattamento dei dati, ogni sofisticazione tecnologica diventa un’arma a doppio taglio.
Difendere la qualità del dato attraverso norme stringenti, come fa l’Unione europea, non è quindi un vezzo tecnocratico: è un elemento strategico per poter ancora contare qualcosa nell’era digitale. Quello che a Washington viene percepito come eccesso regolatorio è, in realtà, una forma di sovranità: la capacità di imporre condizioni a chi vuole accedere al «giacimento» informativo europeo. Senza i nostri dati – e senza le garanzie sulla loro qualità – anche lo strapotere tecnologico sino americano perde una parte della sua forza. Di fatto, l’Europa sta tentando di trasformare il dato in una sorta di «asset con passaporto»: solo chi accetta certe regole può trattarlo, spostarlo, combinarlo.
Mentre l’Europa continua a sollevare obiezioni di principio sull’allineamento tecnologico con Washington, l’Italia – pur tra contraddizioni – ha già imboccato di fatto una traiettoria più avanzata, ritagliandosi un ruolo da ponte e porto regolato dei dati nel Mediterraneo.
In questa cornice l’Italia può assumere un ruolo cruciale.
Da un lato, lo scudo normativo europeo e la legislazione nazionale – dal perimetro di sicurezza cibernetica alla legge italiana sull’AI – offrono un quadro di tutele che rende il nostro spazio giuridico relativamente più sicuro per chi deve operare su dati sensibili. Dall’altro, la geografia ci ha regalato un vantaggio competitivo difficilmente replicabile: siamo al centro delle nuove rotte del traffico dati tra Stati Uniti, Europa, Africa, Medio Oriente e Asia. I cavi sottomarini che attraversano il Mediterraneo approdano sempre più spesso sulle nostre coste; i data center stanno crescendo nei principali hub urbani; il Polo Strategico Nazionale promette di concentrare i carichi informativi più delicati della pubblica amministrazione in un perimetro controllabile.
Il Governo Meloni, attraverso l’azione del ministro della Difesa Crosetto e del sottosegretario alla Trasformazione digitale Butti, ha colto questa trasformazione. La nascita di una Arma Cyber nazionale, sancisce che il dominio informativo è ormai un quinto dominio operativo. Le scelte dell’Agenzia per la Cybersicurezza, dal bando dei prodotti provenienti da determinate aree geografiche ai requisiti più stringenti per i fornitori della PA, dicono che il codice non è neutrale ma proiezione di sovranità. Il decreto «Buy Transatlantic» orienta gli acquisti ICT critici verso fornitori italiani, UE, NATO e Paesi affini, disegnando un perimetro di fiducia coerente con la collocazione atlantica del Paese.
Non siamo solo un ponte in cui transita di tutto, ma possiamo diventare – se lo vogliamo – uno scalo regolato in cui chi attracca sa in anticipo quali informazioni possono entrare e con quali garanzie di protezione; quali devono restare sotto giurisdizione nazionale o europea; quali possono essere trasferite altrove e a quali condizioni; chi può ispezionare i «container», cioè i sistemi che trattano quei dati. L’Italia può posizionarsi come hub affidabile per servizi di cloud, sicurezza, gestione dati, AI «compliant by design», intercettando investimenti infrastrutturali e flussi di capitali che cercano giurisdizioni stabili ma non paralizzate dalla burocrazia.
La scelta, per l’Europa e per l’Italia, è quindi tra un populismo digitale che promette autonomia illimitata senza dire come finanziarla – e a scapito di quali capitoli di spesa – e una responsabilità strategica che accetta i vincoli ma cerca di trasformarli in potere negoziale. Nel mondo dell’AI agentica, delle reti autonome e delle guerre ibride, la sovranità non si misura più soltanto sulla carta geografica, bensì sulle mappe dei cavi, dei data center, delle rotte dei dati, dei centri decisionali algoritmici e sempre di piu dai dati.
Per un Paese come il nostro, restare protagonista significa prendere sul serio questa verità scomoda. Non potremo controllare tutto. Ma possiamo decidere che cosa scorre nelle nostre reti, come lo proteggiamo, con chi lo condividiamo e a quali condizioni. È lì, molto più che nelle dichiarazioni generiche sulla sovranità digitale, che si gioca davvero il nostro posto nel nuovo ordine tecnologico: garantire la sovranità del dato ed essere ponte e porto dei dati, non un semplice scalo di passaggio. (riproduzione riservata)