La cultura degli investimenti in Europa si crea con gli Etf. È stata quasi una chiamata alle armi quella con cui Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, si è rivolto direttamente ai risparmiatori del Vecchio continente, ricordando loro un dato preoccupante: «Solo un terzo degli investitori individuali europei (il retail, ndr) investe o ha investito nei mercati dei capitali, contro l’oltre 60% degli statunitensi».
In questo modo, ha ricordato il numero uno della più grande casa di investimenti al mondo, «non solo gli europei non stanno partecipando al potenziale di rendimento offerto dai mercati, ma stanno anche perdendo opportunità di ritorni reali nel momento in cui i bassi tassi dei depositi bancari sono surclassati dall’avanzata dell’inflazione».
Un problema, una soluzione: gli Etf, per l’appunto. Per Fink questi strumenti di risparmio hanno tracciato la strada maestra verso quella democratizzazione degli investimenti che in Europa, a differenza degli Stati Uniti, fa ancora fatica ad affermarsi. E questo per una serie di ragioni: da una parte la forte prevalenza in alcuni Paesi (Italia in primis) della distribuzione bancaria, che tende a proporre fondi strutturati a gestione attiva e con commissioni più alte. Dall’altra parte la bassa propensione agli investimenti fai-da-te, derivata prima della bassa educazione finanziaria. Ambito in cui l’Italia, come certificato dall’Ocse nel 2023, è maglia nera nel continente e tra gli ultimi a livello globale.
Il tema quanto mai attuale visto che, come anticipato da MF-Milano Finanza, Euronext (il gruppo che controlla Borsa Italiana) sta preparando una piattaforma unica di trading degli Etf, che partirà a breve. L’Italia è prima in Europa con 2.037 strumenti quotati.
Gli Etf hanno alcune caratteristiche che ne fanno, secondo Fink ma non solo, lo strumento ideale anche per i micro-investitori. «Gli Etf sono una tecnologia collaudata che facilita l’accesso agli investimenti, dai piccoli risparmiatori che si affacciano per la prima volta al mercato azionario fino ai più grandi investitori istituzionali del mondo», scirve Fink nella sua lettera. Tra i vantaggi segnalati dagli esperti di mercato ci sono la trasparenza, la liquidità (si tratta di fatto di fondi quotati), la diversificazione rispetto agli investimenti in singoli titoli o bond e soprattutto i costi. Tema, quest’ultimo, quanto mai sensibile in un Paese come l’Italia che, dati Morningstar alla mano, risulta essere quello con i costi dei fondi azionari più alti al mondo.
L’offerta per un investitore europeo è oggi quanto mai variegata. In totale, secondo quanto censito dal portale specializzato JustEtf, ci sono 2.541 prodotti, il 62% dei quali (più di 1.500) sono comparti azionari. A fine 2024 le masse totali di Etp in Europa, secondo quanto calcolato da Etfbook, corrispondevano a circa 2.080 miliardi di euro, con gli Etf Ucits (stringa che identifica il passaporto Ue di questi fondi) che costituivano il 95% del patrimonio totale, in crescita annua del 25%.
Solo dall’inizio di quest’anno sono stati quotati a Piazza Affari circa 70 Etf, un terzo dei quali a gestione attiva: prodotti ibridi che coniugano la liquidità e trasparenza dei fondi quotati con la selezione dei titoli fatta da un gestore, le cui masse in Europa hanno raggiunto alla fine dello scorso anno quota 50 miliardi di euro, in crescita del 68%.
Lo sbarco di questi nuovi Etf attivi, oltre alla sempre maggiore presenta di prodotti passivi settoriali, tematici o su specifiche nicchie di mercato sta ridefinendo una delle caratteristiche essenziali degli Etf: le strutture di costo. Tolti alcuni casi limite di Etp sulle criptovalute che arrivano anche al 2,5% di ter (total-expense-ratio, l’indicatore sintetico delle commissioni), le commissioni degli Etf vanno da un massimo dello 0,9% – è il caso di alcuni prodotti a gestione attiva ma non solo – a un minimo dello 0,03% dei fondi passivi generalisti sulle borse americane. Addirittura è in circolazione anche un Etf sulle azioni globali con ter azzerato per il primo anno dal lancio: si tratta di un prodotto lanciato in tandem da Xtrackers (Dws) e dal broker regolamentato Scalable Capital. Finita l’offerta promozionale, l’indicatore di spesa passerà allo 0,17%.
I costi sono un aspetto essenziale nella scelta degli Etf: vero che lo 0,9% all’anno non è nemmeno lontanamente paragonabile con l’1,9% medio dei fondi azionari attivi, ma è comunque ben più alto dei costi risibili propri degli Etf generalisti. Tradotto: un Etf che costa 90 punti base deve essere in grado, in un anno, di battere l’S&P di almeno l’1% per rendere quel fondo più attrattivo del più grande indice americano.
Oltre ai costi, nella scelta degli Etf un altro aspetto da considerare riguarda l’indice replicato dal comparto. Se è un indice generalista, ad esempio l’S&P 500 o il Ftse Mib o l’Msci World delle azioni globali, è importante che l’Etf abbia una rendimento il più possibile sovrapponibile all’indice. Lo scostamento, che si chiama tracking error, è il metro dell’efficienza di un Etf passivo: più la performance del fondo e quella dell’indice divergono, meno l’Etf è efficiente.
Quando invece si scelgono Etf settoriali, tematici o su stili di investimento, è sempre opportuno studiare prima gli indici e quali sono i loro sottostanti visto che, soprattutto quando si parla di investimenti di nicchia, gli indici vengono spesso costruiti ad arte proprio in funzione di quell’Etf.
Non c’è dubbio che uno dei trend più forti dell’industria degli Etf sia oggi quello dei fondi quotati a gestione attiva. In totale l’offerta per gli investitori europei è composta da 176 prodotti, dei quali solo il 52% ha un track record di almeno un anno: dato che conferma quanto questo segmento di mercatosia giovane. I loro costi vanno dallo 0,04% (che riguarda alcuni comparti obbligazionari) allo 0,9%. Il giudizio su questi comparti, vista anche l’assenza di dati di lungo periodo, è ancora sospeso. Tra i più scettici c’è Morningstar il cui principal Kenneth Lamont ha di recente scritto in un report che «se la gestione attiva sta sottoperformando in un tradizionale fondo comune di investimento, trasferirla in un Etf probabilmente non cambierà la situazione». Dall’altro lato c’è però chi sta cercando nicchie in cui gli Etf attivi possono davvero fare la differenza: ad esempio nel mercato delle obbligazioni societarie, ambito gettonatissimo dai fornitori di Etf attivi visto che i bond corporate sono per natura meno efficienti (e quindi più complessi da replicare con gli indici) sia rispetto all’azionario sia ai titoli di Stato.
E poi c’è il capitolo delle criptovalute, dove gli Etp (tecnicamente in Europa non ci sono Etf che detengono fisicamente le divise digitali, come negli Usa) gestivano a fine 2024 circa 15 miliardi di masse, più che raddoppiate su base annua. In totale ci sono oggi 78 Etp sulle cripto per gli investitori europei, con sei dei primi 10 per masse tutti focalizzati su bitcoin. Le strutture di costo sono molto differenti: si va da un massimo del 2,5% a un minimo dello 0,15%. È questo il caso dell’Etp sul bitcoin fisico di iShares-BlackRock che, sbarcato in Europa da pochi giorni, è stato già in grado di raggiungere i 76 milioni di euro di masse. (riproduzione riservata)