Da tempo ormai parlare di difesa nei portafogli sostenibili non è più un tabù. Mancava però ancora la consacrazione definitiva dei titoli militari nell’olimpo Esg: una consacrazione che ora viene sancita una volta per tutte dalla promozione ad articolo 8 (prodotto di investimento Esg secondo la normativa europea Sfdr) dell’Etf Future of European Defence di Hanetf. È il primo dei 15 fondi quotati sulla difesa disponibili per investitori europei ad aggiudicarsi questo status.
Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022 e il conseguente rally dei titoli della difesa in borsa (che dura ancora oggi) le società di gestione hanno cambiato atteggiamento verso il settore, fino a quel momento uno dei grandi esclusi - insieme a tabacco, gioco d’azzardo, combustibili fossili e pornografia - dai portafogli sostenibili.
Tanto che la società di gestione Seb Am era stata la prima, a poche settimane dallo scoppio del conflitto, a inserire i titoli militari nei suoi portafogli sostenibili, giustificando la scelta con il legame che si era venuto a creare tra spese militari e difesa delle democrazie.
Hanetf però ha fatto qualcosa di diverso: per il suo Etf, contrassegnato dal ticker Armi, la società di gestione è andata a revisionare (con il supporto del provider VettaFi) l’indice di riferimento del comparto, in modo tale da introdurre criteri d’esclusione più severi dei titoli in portafoglio. In buona sostanza, non ha usato un approccio qualitativo per includere o escludere determinati titoli, ma si è basata su parametri quantitativi, secondo quanto stabilito dalla normativa europea stessa. L’indice che l’Etf replica è quindi passato dal VettaFi Future of Defence ex Us al neonato VeffaFi European Future of Defence Screened Index, dove la parola Screened indica proprio il filtro delle società secondo parametri di sostenibilità.
Ma come è composto in concreto questo nuovo indice? Secondo quanto indicato nel prospetto fornito da VettaFi, esso traccia «la performance di mercato di aziende quotate che forniscono esposizione alle spese per la difesa e la cybersicurezza dei Paesi europei della Nato». In aggiunta, «viene utilizzato un filtro di esclusione per non includere aziende che siano esposte ad armi controverse, carbone termico, e più del 5% di ricavi dal tabacco».
Ancor più nel dettaglio, le società in portafoglio devono avere «più del 50% dei ricavi derivanti dalla costruzione e sviluppo di dispositivi di difesa, applicazioni tecnologiche o cybersicurezza». Queste ultime devono a loro volta avere «un contratto in essere con un membro Nato, verificabile da informazioni disponibili pubblicamente». Vengono escluse tutte quelle società «coinvolte nella produzione, sviluppo o mantenimento di mine antiuomo, armi biologiche o chimiche, munizioni a grappolo o uranio impoverito».
L’indice così composto ha 22 titoli, rappresentativi di una capitalizzazione di mercato di 560 miliardi di euro. La prima posizione in portafoglio è attualmente quella nella francese Safran, che pesa il 10,7%. Seguono l’italiana Leonardo al 10,1%, poi Thales al 9,95%, Saab al 9,79% e Rheinmetall al 9,14%.
L'Etf Armi ancora prima di questa revisione, è stato lanciato nell’aprile di quest’anno, è quotato su una serie di borse europee (tra cui Milano). Gestisce già oltre 120 milioni di euro di masse. Dalla quotazione a oggi ha generato un rendimento del 54%. L’Etf ha un total-expense-ratio (ter, cioè le commissioni annue) dello 0,39%, sostanzialmente nella media per i comparti tematici sulla difesa.
Dai dati disponibili sul portale specializzato JustEtf si nota inoltre come i nuovi criteri abbiano, di fatto, escluso dall’indice un terzo delle società, passate da 33 alle 22 attuali.
Hanetf è stata, non va dimenticato, pioniera negli investimenti tematici sulla difesa: già nel luglio 2023 ha infatti lanciato l’Etf Future of Defence, che investe in società Nato o di Paesi alleati (il ticker, non a caso, è proprio Nato). Dalla quotazione il comparto ha guadagnato il 125% e oggi gestisce più di 2,5 miliardi di euro di masse. (riproduzione riservata)