La Cina sta gestendo in modo strategico l’indebolimento dello yuan, mentre la banca centrale cerca di attenuare gli effetti economici della guerra commerciale con gli Stati Uniti senza destabilizzare i mercati finanziari. Mercoledì, la People’s Bank of China (PBoC) ha fissato per il quinto giorno consecutivo un tasso di cambio di riferimento più debole per la valuta, pur moderando il ritmo dell’aggiustamento.
La mossa è arrivata dopo che martedì lo yuan offshore (scambiato fuori dalla Cina continentale) ha toccato il livello più debole dalla sua introduzione nel 2010, in seguito alla minaccia del presidente Trump di applicare dazi del 104% che sono già entrati in vigore.
In un ulteriore segnale del tentativo di Pechino di controllare la discesa della valuta, la banca statale, riporta Bloomberg, sarebbe intervenuta sul mercato onshore vendendo dollari per sostenere lo yuan. Queste operazioni hanno contribuito a un rimbalzo dello yuan offshore (+0,6% mercoledì), il più consistente nell’ultimo mese, proprio nel giorno dell’entrata in vigore dei nuovi dazi Usa.
«Le autorità vogliono gestire il ritmo di indebolimento dello yuan e intendono evitare movimenti disordinati», ha scritto Khoon Goh, responsabile della ricerca asiatica per conto di Anz Bank. «Il governo è orientato verso un ulteriore rafforzamento del dollaro rispetto allo yuan, a meno che gli Stati Uniti non ritirino i dazi. Non prevediamo in ogni caso una svalutazione improvvisa e significativa».
Lo yuan continua a subire pressioni per via delle aspettative che la PBoC consenta un ulteriore indebolimento della valuta per contrastare l’impatto economico dei dazi Usa e per sostenere la crescita tramite ulteriori allentamenti monetari. Finora, Pechino ha evitato una svalutazione aggressiva, nonostante la promessa di «combattere fino alla fine» contro le misure americane.
Martedì, le vendite sullo yuan hanno accelerato dopo che la PBoC ha lasciato che il fixing superasse quota 7,20 per dollaro – un livello considerato finora una soglia simbolica dalla maggior parte degli investitori sin dall’elezione di Trump. Lo yuan onshore, che può oscillare entro un margine del 2% rispetto al fixing e quindi resta più sotto il controllo diretto della banca centrale, è sceso al livello più debole dal settembre 2023.
Tuttavia, un forte indebolimento dello yuan comporta costi elevati: può far scendere la fiducia negli asset cinesi (causando una fuoriuscita di investimenti esteri dal Paese) e alimentare ulteriori tensioni con Washington, dove Trump accusa Pechino di manipolare la valuta per neutralizzare l’effetto dei dazi. «L’indebolimento dello yuan, al ritmo attuale, non sarà sufficiente a compensare l’impatto dei dazi, vista l’entità delle nuove misure», ha messo in evidenza Lynn Song, capo economista di Ing Bank.
Infatti, la portata delle nuove tariffe imposte dagli Stati Uniti supera già quelle introdotte durante il primo mandato. Le perdite dello yuan sono per ora contenute: negli ultimi sei mesi, lo yuan onshore ha perso solo il 3,7%, rispetto al calo dell’11,5% registrato nel 2018-2019, che secondo Morgan Stanley era riuscito a compensare circa due terzi dell’impatto dei dazi di quattro anni fa.
Al di là della risposta congiunturale al rallentamento della crescita, la politica valutaria cinese potrebbe essere influenzata anche da un obiettivo strategico di lungo termine: il presidente Xi Jinping punta a consolidare il ruolo dello yuan come valuta stabile e in grado di avere un peso crescente nel commercio globale. «Di fronte a uno shock negativo sulla crescita, è naturale volere un cambio più debole», ha osservato Jens Nordvig, fondatore di Exante Data. «Ma dal punto di vista della Cina, c’è anche la volontà di trasformare lo yuan in una valuta di riserva: per questo motivo, intende preservare una certa stabilità».
Gli specialisti di Bloomberg Economics ritengono che «siamo all’inizio di un indebolimento graduale dello yuan, gestito con cautela. La PBoC non permetterà un crollo disordinato della valuta, poiché questo comprometterebbe la stabilità finanziaria e la fiducia, annullando i benefici di un cambio più competitivo». (riproduzione riservata)