Qual è la probabilità che l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a metà maggio sblocchi i transiti energetici nello stretto di Hormuz? L’analisi degli interessi economici di ambedue le potenze la rende elevata. Ma quella degli interessi geopolitici è meno netta.
I comportamenti aggressivi di Trump hanno indebolito la convergenza tra America e alleati creando uno spazio geopolitico potenziale di maggiore influenza cinese nel mondo. Opportunità perseguita da Pechino sia evitando un conflitto aperto e simmetrico con Washington (pur non rinunciando a espressioni verbali e azioni riservate di contrasto) sia con una comunicazione diplomatica finalizzata a una Pax Mercatoria globale contrapposta al dazismo protezionista statunitense.
Era evidente nell’analisi strategica cinese l’interesse a consolidare una relazione G2 (pur in formato di cooperazione intrabellica) con l’America considerandola potenza cedente in prospettiva, ma ancora dotata di superiorità militare per un certo periodo. Finora la Cina percepiva un destino di prima potenza globale che rendeva inutili conflitti oltre soglia nel breve-medio. Tuttavia, da qualche tempo sono percepibili modifiche nel pensiero strategico cinese. Il rischieramento della forza militare statunitense nel Pacifico in funzione anticinese smentisce la dottrina del ritiro americano nell’emisfero verticale delle Americhe.
Inoltre, lo spazio geopolitico lasciato contendibile dagli errori americanisti di Washington sta favorendo più l’espansione globale eurocentrica, via trattati doganali zero dazi, che non la Cina: India, Mercosur, Canada, Giappone, in prospettiva Australia, Indonesia, ecc. Da un lato, Pechino tenta di creare buone relazioni con il vicinato, di penetrare in Europa, nel mondo arabo e di restare potenza in Africa. Ma dall’altro, non ci sta riuscendo a sufficienza. Inoltre, intuisce che la divergenza euroamericana avrà un limite e gli europei occidentali le porranno limiti espansivi. Pertanto, semplificando, la Cina non può rinunciare alla strutturazione di un blocco euroasiatico sinocentrico sufficientemente grande per mantenere rilevanza geoeconomica e geopolitica.
L’Iran è una parte essenziale di questo blocco e difficilmente la Cina potrà evitare di difenderne il regime, come fatto con il Venezuela, passando da un sostegno indiretto, via assegnazione al Pakistan del ruolo di mediatore, a uno più diretto. In sintesi, la Cina ha bisogno di trovare e consolidare alleanze che richiedono una protezione più forte. Non necessariamente questo possibile cambio di strategia cinese impedirà una collaborazione sinoamericana per sbloccare Hormuz, ma potrebbe rendere più incerta la stabilizzazione della regione. In generale, lo scenario mondiale dovrebbe annotare che la Cina non sta traendo sufficienti vantaggi da una strategia di influenza globale morbida e che ciò aumenta la probabilità di attivazione di una più dura o in forma di megablocco sinocentrico euroasiatico o di maggiore aggressività. (riproduzione riservata)