Il brusco calo dell’oro registrato il 23 marzo non è un’anomalia di mercato né necessariamente l’inizio di una fase strutturalmente negativa. È piuttosto il riflesso di un equilibrio che si sta rapidamente spostando.
Dopo mesi in cui il metallo giallo aveva beneficiato di una forte domanda di protezione, il mercato sta tornando a prezzare con maggiore attenzione tre variabili fondamentali: il livello dei rendimenti reali, la forza del dollaro e l’intensità della domanda di copertura nei momenti di stress.
Per capire cosa sta accadendo è utile tornare al 2022. Anche allora, nel pieno di uno shock energetico e geopolitico, l’oro non si comportò come bene rifugio puro. Al contrario, dopo una prima fase di rialzo, iniziò a perdere terreno. Il motivo è che l’oro non vive solo di incertezza ma soprattutto del contesto monetario in cui tale incertezza si sviluppa.
Il primo elemento chiave sono i rendimenti reali, cioè i tassi di interesse al netto dell’inflazione. Quando i rendimenti reali salgono, detenere oro diventa meno conveniente, perché aumenta il costo-opportunità di possedere un asset che non genera reddito.
Se un investitore può ottenere un rendimento reale positivo su titoli obbligazionari, l’incentivo a detenere oro si riduce. È esattamente ciò che accadde nel 2022 e che oggi torna a manifestarsi: il mercato teme che l’inflazione, riaccesa dallo shock energetico, costringa le banche centrali a mantenere una politica restrittiva più a lungo.
Il secondo fattore è la forza del dollaro. L’oro è prezzato globalmente in dollari, e questo crea una relazione inversa piuttosto stabile. Quando il dollaro si rafforza, acquistare oro diventa più costoso per gli investitori che operano in altre valute, riducendo la domanda internazionale.
Allo stesso tempo, un dollaro forte è spesso il segnale di condizioni finanziarie più restrittive a livello globale. Anche questo elemento era centrale nel 2022 e oggi torna in primo piano, amplificando il movimento ribassista dell’oro.
Il terzo elemento è la domanda di copertura, o dinamica risk-off. In teoria l’oro beneficia dei momenti di incertezza. Tuttavia questa relazione non è lineare. Se lo shock di mercato genera anche tensioni di liquidità o perdite su altri asset, gli investitori possono essere costretti a vendere oro per fare cassa. In altre parole, l’oro può diventare fonte di liquidità anziché rifugio, almeno nel breve periodo. Questo meccanismo è tipico delle fasi di transizione, quando il mercato passa rapidamente da uno scenario a un altro.
È proprio l’interazione tra queste tre forze che spiega il movimento attuale. L’incertezza geopolitica e l’inflazione sostengono la domanda di protezione, ma il contemporaneo aumento dei rendimenti reali e la forza del dollaro esercitano una pressione opposta.
Quando questi ultimi due fattori prevalgono, l’oro tende a indebolirsi, anche in un contesto apparentemente favorevole.
Più che un giudizio definitivo sulla direzione dell’oro ciò che emerge è il ritorno di una dinamica già vista. Il 2022 ha mostrato che l’oro non reagisce semplicemente al rischio ma alla combinazione tra rischio e condizioni monetarie.
Oggi quella combinazione è ulteriormente complicata da un elemento nuovo, o quantomeno più accentuato: un margine fiscale più ridotto, soprattutto in Europa. Ed è proprio questa differenza che potrebbe rendere la fase attuale non solo simile, ma potenzialmente più fragile rispetto al passato. (riproduzione riservata)
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