Gli ultimi due anni non sono stati tra i più semplici per i portafogli di investimento multi-asset, quelli cioè che combinano insieme, con diversi pesi a seconda dei profili di rischio, titoli azionari e obbligazionari. Il ritorno in auge delle obbligazioni (governative e corporate) dopo anni di tassi di interesse a zero ha infatti riportato l'attenzione degli investitori verso i bond meno rischiosi, rendendo al contempo meno appetibile la componente azionaria.
Ma attenzione: con la stagione dei tagli ai tassi di interesse delle banche centrali in vista, la componente di rischio in portafoglio potrebbe tornare a dire la sua. Tanto più che le borse, a cominciare da quelle americane ma non solo, stanno macinando massimi storici, trainati anche da una stagione dei bilanci migliore rispetto alle attese e dalla consacrazione di alcuni megatrend, come quello dell'intelligenza artificiale. Mentre la parte obbligazionaria, dal canto suo, richiederà una gestione sempre più attiva, sia a livello di duration sia di tipologia di emittenti
A credere nel potenziale della parte azionaria in portafoglio è Jim Caron, co-lead global portfolio manager e co-chief investment officer del team Global Balanced Risk Control di Morgan Stanley Investment Management (Morgan Stanley Im). Che in una strategia di tipo multi-asset, nella fase di mercato attuale, ha una grande stella polare: la ricerca della qualità.
Domanda. Verso i portafogli multi-asset sta tornando un certo interesse dopo una fase di luna di miele tra investitori e obbligazioni. Perché?
Risposta. Gli ultimi anni non sono stati facilissimi per questo tipo di strategie. La salita repentina dei rendimenti obbligazionari, infatti, ha incanalato l'interesse degli investitori verso questa asset class, rendendo meno necessario un portafoglio che incrementi il rendimento complessivo – ma anche il rischio – aggiungendo una componente azionaria. Ora però i rendimenti dei bond sono sul punto di scendere, e quindi iniziare a introdurre una quota di equity diventa utile. In altre parole, per due anni i titoli di Stato hanno fatto tutto il lavoro: ora si stanno depotenziando, e quindi il multi-asset torna centrale nelle strategie degli investitori.
D. Come mettere in equilibrio azioni e bond per bilanciare rischio e rendimento?
R. Partiamo dal mercato obbligazionario: dobbiamo capire che d'ora in avanti i rendimenti non dipenderanno soltanto dai tassi di interesse. Diviene, quindi, necessario bilanciare rendimento e direzione dei tassi attraverso l'adozione di un approccio attivo. Dato che le curve dei rendimenti oggi sono invertite, prediligiamo obbligazioni governative di alta qualità a breve termine da una parte, e dall'altra detenere un po' di rischio legato al credito, ad esempio tramite bond investment grade in euro. Nel complesso, un portafoglio così composto ha un rating medio investment grade, ma con minore sensibilità ai tassi.
D. E per quanto riguarda le azioni?
R. Guardiamo alla parte di qualità del mercato. Certo, qualità può significare tante cose: per me si tratta di identificare quei settori del mercato in cui crediamo che le aziende possano mantenere margini elevati, avere pricing power e flussi di cassa e di utili costanti e sostenuti.
D. Può farmi qualche esempio a livello di settori di investimento e tipologia di imprese?
R. Il settore tecnologico è chiaramente l'esempio più lampante, ma non è il solo. Ci interessano aziende che abbiano una bassa dipendenza dal debito e non abbiano molta leva: non va infatti dimenticato che il costo della leva in bilancio sta salendo. Un identikit di questo tipo ce l'hanno ad esempio società che vendono beni e servizi essenziali, o alcune aziende di intrattenimento nel settore tech, come quelle che hanno un modello di business basato sugli abbonamenti.
D. Qual è il ruolo delle azioni in portafoglio, oltre alla ricerca di rendimento?
R. In un contesto di inflazione elevata, al quale dovremo abituarci nei prossimi anni, le azioni possono effettivamente fare un buon lavoro di copertura dal rischio inflazionistico. Se si è troppo sovrappesati sui bond, il carovita non è un elemento positivo: e quindi servono le azioni, che sono un'asset class a rendimento nominale. Tipicamente quando l'inflazione è tra il 2% e il 5%, le valutazioni azionarie sono al loro massimo perché i margini di profitto tendono a rimanere ampi e le società possono aumentare i prezzi. Se l'inflazione fosse tra il 2% e il 5%, cosa succederebbe alla parte obbligazionaria? I rendimenti reali sarebbero prossimi allo zero.
D. Quali geografie preferisce nella selezione dei titoli?
R. Sul versante delle obbligazioni mi interessa tendenzialmente sia la parte Eurozona che quella Usa. Penso però che la Bce sarà più responsabile nel ridurre l'inflazione rispetto alla Fed, perché riteniamo che per l'Europa il controllo del carovita sia più importante di quanto lo sia per gli Stati Uniti. Quindi allo stato attuale preferisco il reddito fisso europeo rispetto a quello statunitense. Ci sono poi le obbligazioni dei mercati emergenti e dell'Asia, dove vedo alcune buone opportunità. Per quanto concerne, invece, l'azionario, ritengo che i titoli europei siano meno sopravvalutati rispetto a quelli americani, anche se nel Vecchio continente ci sono più rischi, da quelli geopolitici a quelli macroeconomici di alcuni Stati membri. Ritengo, comunque, che tali rischi siano attualmente prezzati.
D. Come funziona la vostra strategia e per che tipo di investitore è pensata?
R. Il punto di partenza è molto semplice: come conciliare stabilità del portafoglio e rendimento? Il nostro prodotto cerca di creare una condizione di partenza in cui il rischio di volatilità sia ridotto al minimo. È una strategia pensata sia per investitori individuali che risparmiano per il lungo periodo, ad esempio per la propria pensione, sia per istituzionali prudenti, come le compagnie assicurative e i fondi pensione. Il fatto di essere bilanciati nell'allocazione, senza sovrappesi eccessivi, ci permette di partecipare ad alcuni rialzi di mercato – ma non tutti -, senza però al contempo subire tutte le perdite in caso di crolli. Noi tagliamo via una parte dei rendimenti, in positivo e in negativo, e proprio in questo risiede la stabilità del fondo. (riproduzione riservata)