Il 10 marzo l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha compiuto un passo senza precedenti: con il provvedimento n. 31872 ha deliberato l’apertura dell’indagine conoscitiva IC59 sul quantum computing. È la prima volta che l’Antitrust italiano si occupa di questa tecnologia.
Non siamo di fronte a un’istruttoria per abuso di posizione dominante o per un’operazione di concentrazione: l’autorità ha scelto di intervenire in via preventiva, per comprendere la struttura di un mercato che si sta formando adesso e che potrebbe definire gli equilibri tecnologici ed economici dei prossimi decenni.
«Per la prima volta l’Antitrust guarda al quantum computing non come curiosità di laboratorio, ma come possibile terreno di concentrazione industriale e di dipendenza strategica», spiega Pierpaolo Marturano, ceo di Core Matrix, esperto di tecnologie quantistiche. «Il quantum non è fantascienza: funziona già, ma è ancora imperfetto. Ed è proprio adesso che si decide chi controllerà il cancello d’accesso».
I numeri, citati dalla stessa Agcm sulla base dei report McKinsey e Bain, parlano chiaro: il fatturato globale del quantum computing supera già il miliardo di dollari, con proiezioni che lo collocano oltre i cento miliardi entro il 2040. Siamo nella cosiddetta fase Nisq (noisy intermediate-scale quantum) in cui i computer quantistici funzionano, ma restano fragili, rumorosi e soggetti a errori. Una tecnologia giovane, classificata dall’autorità come deep tech e key enabling technology, con applicazioni che spaziano dalla cybersecurity alla progettazione di nuovi materiali, dal fintech alla logistica, dalle biotecnologie all’ottimizzazione di processi industriali. L’Agcm stessa parla di «grande fase di espansione con notevoli aspettative di crescita».
Ed è esattamente questa fase di formazione del mercato che rende l’intervento dell’Antitrust così rilevante. «Le regole del gioco si scrivono adesso, nella fase di formazione del mercato», sottolinea Marturano, che specifica: «non dopo, quando ormai è troppo tardi. Un computer classico prova tutte le strade una alla volta mentre un computer quantistico le esplora in parallelo. Questo cambia radicalmente i tipi di problemi che si possono risolvere e cambia anche la natura del vantaggio competitivo di chi controlla la tecnologia».
Il provvedimento individua tre nodi critici nella struttura competitiva del settore. Il primo riguarda le barriere all’ingresso: sviluppare hardware quantistico richiede investimenti massicci, infrastrutture fisiche sofisticate, competenze altamente specializzate e tempi lunghi. Condizioni che favoriscono naturalmente l’emersione di pochissimi grandi attori.
Il secondo problema è la difficoltà di definire i confini dei mercati. Nel quantum computing i perimetri tra hardware, software, cloud, librerie e applicazioni sono sfumati. Chi controlla l’hardware spesso finisce per influenzare l’intera catena del valore, una dinamica molto più integrata rispetto al computing classico.
Il terzo nodo è il rischio gatekeeping: la possibilità che alcuni soggetti diventino, nelle parole del provvedimento, veri e propri «guardiani del cancello», decidendo chi può accedere alla tecnologia quantistica, come e a quali condizioni. Il punto non è soltanto l’invenzione scientifica, ma il controllo dell’accesso.
L’Antitrust non si occupa della fisica dei qubit: si occupa della struttura economica e competitiva di un settore che potrebbe nascere già concentrato. Ecco perché vuole vederci chiaro aprendo una consultazione pubblica rivolta a imprese, università, centri di ricerca e associazioni chiedendo osservazioni su cinque temi: struttura dei mercati, dinamiche concorrenziali e first-mover advantage, proprietà intellettuale, acquisizioni e venture capital, dipendenza strategica e sovranità tecnologica. L’indagine si chiuderà entro il 31 dicembre 2026. (riproduzione riservata).