Un leggero sussulto nei prezzi del petrolio, nessuna variazione significativa nella lunga corsa dell’oro. L’accordo su dazi al 15% tra Stati Uniti e Unione Europea non ha generato scossoni sul mercato delle materie prime, tra le quali si segnala però l’esenzione delle terre rare dalle tariffe reciproche.
La definizione dell’aliquota commerciale, che entrerà in vigore il 1° agosto, dovrebbe dare certezza ai mercati. E, in teoria, potrebbe contribuire a raffreddare le quotazioni dell’oro, bene rifugio per eccellenza. Eppure, il lingotto continua a viaggiare vicino ai massimi (intorno ai 3.400 dollari l’oncia nella mattina del 28 luglio), segno che gli operatori non si fidano del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che da aprile ha annunciato, modificato e sospeso dazi in libertà.
Inoltre, il rally dell’oro procede in parallelo all’indebolimento del dollaro e alla ripresa dei rendimenti dei Treasury. Tre elementi che «sono segnali di diffidenza verso la maggiore economia del mondo e di persistenti preoccupazioni sugli scenari geopolitici», osserva Carlo Benetti, market specialist di Gam.
Il deteriorarsi della fiducia verso gli Stati Uniti non è frutto solo della politica commerciale aggressiva di Trump, ma anche di una serie di frizioni e dinamiche interne. Ad esempio il conflitto tra il tycoon e il presidente della Federal Rederve, Jerome Powell. «Gli insulti e le ripetute minacce di Trump di licenziare Powell continuano a sollevare dubbi», aggiunge Benetti.
Poi c’è il nodo delle finanze pubbliche. «Gli operatori valutano le conseguenze sui conti pubblici del Big Beautiful Bill (la manovra economica sostenuta da Trump, ndr), nutrono perplessità sul debito e chiedono un premio al rischio: i rendimenti delle obbligazioni a 10 e 30 anni sono aumentati nella prospettiva di aumenti insostenibili di deficit e debito», sostiene l’esperto. Non basta, insomma, l’accordo sui dazi con l’Ue per dare certezze e far allontanare gli investitori da uno dei pochi asset che continuano a considerare sicuri, l’oro appunto.
I prezzi del petrolio mostrano, invece, una lieve inversione di tendenza dopo l’intesa sui dazi e trattano in rialzo nella mattina del 28 luglio. Il Brent avanza dello 0,8% a circa 69 dollari al barile e anche il Wti sale dello 0,8% intorno a 65,7 dollari al barile.
A limitare i guadagni ci sono, però, le attese per un possibile allentamento dei tagli alla produzione da parte dell’Opec+, l’alleanza che riunione i Paesi produttori di greggio. Proprio lunedì 28 luglio è in calendario un comitato di monitoraggio del cartello e, secondo alcuni delegati, difficilmente ci saranno modifiche al piano che prevede un aumento della produzione di 548 mila barili al giorno ad agosto. «Sarà interessante vedere in che misura questi produttori abbiano effettivamente aumentato l’output», osserva Barbara Lambrecht, analista di Commerzbank Research.
Infine, tra le materie prime si salvano le terre rare. Alcuni materiali considerati critici non rientrano, infatti, nella lista dei beni che subiranno l’aliquota al 15%. Anche se, in questo settore, la partita non è tanto tra Europa e Stati Uniti ma con la Cina, che detiene una posizione dominante nell’estrazione, lavorazione e commercializzazione delle terre rare.
Qualche giorno fa la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, è stata in Cina per trattare. «Abbiamo deciso di aggiornare il meccanismo sull’esportazione dei minerali critici cinesi», ha spiegato von der Leyen al termine della missione. «In caso di colli di bottiglia, potremo immediatamente verificare e risolvere il problema che si è presentato».
Anche gli Stati Uniti stanno lavorando a nuovi accordi con la Cina e un round di incontri inizia il 28 luglio in vista della scadenza del 12 agosto, termine dell’attuale tregua commerciale. La Cina ha intanto ripreso a spedire magneti a terre rare negli Stati Uniti dopo aver limitato le esportazioni come reazione alle pesanti tariffe di Trump. (riproduzione riservata)