La vicenda dell’offerta di Unicredit su Commerzbank sembra presentare qualche novità nella posizione della ceo Bettina Orlopp, meno chiusa al confronto con la banca italiana, anche se non risulta avere rinunciato alle sue non lievi critiche. Anche nel governo tedesco qualcuno ha voluto vedere un minore irrigidimento nella difesa «patriottica» dell’indipendenza di Commerz.
Tutto ciò naturalmente avrà bisogno di conferme e di eventuali conseguenti atti concreti. Intanto però nel novero delle critiche e di coloro che le muovono viene in evidenza quella prospettata dal presidente del Consiglio di sorveglianza di Commerz Jens Weidmann, il quale per un decennio (dal 2011 al 2021) è stato presidente della Bundesbank. In tale ruolo e soprattutto come membro del consiglio direttivo della Bce - carica de iure dei presidenti delle banche centrali dell'Eurosistema - è stato spesso in dissenso con l’allora presidente Mario Draghi. Ciò naturalmente avveniva con motivazioni rispettabili, non affatto peregrine, in armonia con il giudizio unanime di stima che riscuoteva il capo della Buba.
Anche in occasione della famosa dichiarazione londinese di Draghi del 26 luglio del 2012 Weidmann non fu entusiasta. Ma quella dichiarazione, che non passa una settimana senza che venga ricordata, fu fatta - e ciò lo si dimentica spesso - anche perché una non lontana riunione del Consiglio Europeo aveva deciso il via libera alla straordinarietà di operazioni come quelle annunciate e la cancelliera Angela Merkel aveva dato la sua copertura, pure perché qualcuno avrebbe potuto eccepire sulla conformità degli acquisti di titoli al Trattato Ue.
Ciò ricordato, ora Weidmann torna sui titoli pubblici e indica, nelle ragioni di contrarietà all'aggregazione di Commerz con Unicredit, l’investimento in titoli pubblici italiani, non considerando l’equilibrio conseguito dall'Italia nel rapporto deficit-pil e l’andamento positivo dello spread Btp-Bund.
Ma Weidmann ha verosimilmente in mente una situazione passata e soprattutto quanto è stato a suo tempo sostenuto dal precedente governo tedesco allorché si affrontò il tema dell’istituzione del terzo pilastro dell’Unione Bancaria, l’assicurazione europea dei depositi che i tedeschi, assieme ai Paesi «frugali», vedono possibile solo se si supera la condizione dei titoli risk free e si pongono limiti al relativo investimento da parte delle banche o alle relative concentrazioni.
Tale limitazione fece sì che lo stesso Draghi, allora presidente del Consiglio, affermasse che, a quelle condizioni sostenute a livello europeo, era preferibile nessun accordo a fronte di una tale proposta di intesa. Tuttavia questa visione del problema continua nella dimenticanza degli obblighi assunti circa 12 anni fa con l’adesione all’accordo per l'istituzione dell'Unione Bancaria, della quale solo un pilastro è stato attuato (la Vigilanza accentrata) mentre degli altri due uno è stato realizzato solo in parte (la risoluzione europea delle banche in crisi) e l’altro, come si è detto, resta ancora inattuato.
Si coglie però ogni occasione per riproporre le posizioni non solo rigoriste, ma che trascurano l’osservazione della realtà e dimostrano di non voler avere consapevolezza dei problemi che riguardano anche l’economia e la finanza tedesche. C’è stato un momento in cui la Germania è stata addirittura definita come «il malato d'Europa».
Alla fine è probabile che l’impasse sarà superata da una posizione realistica del cancelliere Merz, almeno così si spera, nell’interesse di Commerz e Unicredit. Continuando a trattare, nonostante che a volte sembra farsi di tutto per non negoziare, e valutando quelli che potrebbero essere condizioni, vincoli e criteri della concentrazione, si imboccherebbe un percorso utile da affrontare.
Ciò che va evitato è una lunga condizione di sospensione durante la quale appaia che non si è più ma neppure si è ancora. Rimanere in mezzo al guado sarebbe peggio finanche di un annullamento dell’operazione. (riproduzione riservata)