L’inflazione degli Usa è scesa a marzo al 2,4%, più di quanto atteso dal mercato (2,5%), dal 2,8% di febbraio. È quanto emerge dall’indice Cpi (Consumer Price Index).
L’inflazione di fondo, al netto di energia e cibo, è stata del 2,8%, meno del 3,1% di febbraio e al di sotto delle aspettative degli economisti del 3%.
I dati sul carovita a marzo sono gli ultimi prima dell’annuncio del 2 aprile di dazi «reciproci» da parte di Donald Trump.
Il 9 aprile il presidente Usa ha messo in pausa le tariffe per 90 giorni lasciando quelle globali al 10%, quelle alla Cina e quelle su alluminio, acciaio e auto.
I dazi potrebbero far risalire l’inflazione negli Stati Uniti frenando la crescita, uno scenario stagflattivo che sarebbe difficile da gestire per la Fed. Il rallentamento economico richiederebbe ulteriori riduzioni dei tassi, ma il rialzo del carovita li renderebbe più complicati. I mercati si aspettano almeno tre tagli dei tassi da parte della Fed quest’anno, ma una sforbiciata già a maggio è scontata solo al 20%.
Per Goldman Sachs Asset Management «la reazione iniziale della Fed sarà prudente, ma permangono i rischi che un rallentamento dell’economia più marcato del previsto possa portare alla ripresa del ciclo di allentamento monetario da parte della Fed». Secondo Ing i dati di oggi sono «una piacevole sorpresa, ma non durerà molto».
«L’aumento inaspettatamente contenuto dell’inflazione core a marzo è stato in parte dovuto al forte calo dei prezzi degli alberghi e delle tariffe aeree, che riflette sia l’indebolimento della domanda interna sia il recente calo delle visite turistiche negli Stati Uniti, in particolare dal Canada», ha rilevato Capital Economics. «In ogni caso, poiché è probabile che i prezzi di base aumentino bruscamente a causa delle tariffe, riteniamo che la Fed rimarrà in attesa quest’anno».
La banca centrale Usa è rimasta cauta sulle prossime mosse. ««A fronte di un’economia in frenata, l’asticella per tagliare i tassi è più alta a causa dei dazi, data la necessità di mantenere ancorate le aspettative di inflazione a lungo termine», ha scritto il presidente della Fed di Minneapolis Neel Kashkari in un testo pubblicato il 9 aprile. Le attese di inflazione a un anno negli Stati Uniti sono salite al 3,5%, dal 2,4% di inizio 2025.
Il presidente della Fed Jerome Powell ha detto nei giorni scorsi: «Gli aumenti delle tariffe saranno significativamente maggiori del previsto. Lo stesso vale probabilmente per gli effetti economici, che includeranno un aumento dell’inflazione e un rallentamento della crescita».
Powell ha precisato che «è molto probabile che le tariffe generino almeno un aumento temporaneo dell’inflazione», ma «è anche possibile che gli effetti siano più persistenti».
In questo scenario il presidente della Fed ha rilevato che «non è chiaro quale sia l’appropriato cammino della politica monetaria» e che «non c’è fretta» di agire. Trump invece ha ribadito nei giorni scorsi che «questo sarebbe il momento perfetto per tagliare i tassi».
Intanto la pausa sui dazi Usa ha fatto scendere in misura limitata le attese sul taglio dei tassi Bce nella riunione del 17 aprile: la probabilità scontata dai mercati è ora del 90% rispetto al 100% di ieri. (riproduzione riservata)