È notizia recente che Kevin Warsh, il nuovo presidente della Federal Reserve, ha scelto di circondarsi di un gruppo di illustri consiglieri: tra questi i suoi ex colleghi Mervyn King e Raghuram Rajan, già al vertice dell’istituto di emissione rispettivamente nel Regno Unito (2003-13) e in India (2013-16) nonché - ci si consenta un po' di orgoglio - entrambi vincitori del Premio Bancor, istituito nel 2022 dall’Associazione di cultura economica e politica Guido Carli in collaborazione con Banca Ifis e divenuto per il mondo economico-finanziario italiano un tradizionale appuntamento d’autunno. Nel nuovo incarico a Washington costoro saranno affiancati da Thomas Sargent, Premio Nobel nel 2011, e Marc Andreessen, venture capitalist attivo in ambito fintech e cripto.
Cosa ci dicono queste nomine, soprattutto alla luce degli orientamenti di policy già espressi da Warsh? Raccontano di un desiderio di «rottura» rispetto al conformismo della conventional wisdom, poco in grado di rassicurare gli Usa nell’età della «policrisi».
Warsh sembra aver compreso che l’incertezza è una cifra di questa epoca: più forte di ogni rapida avanzata verso il progresso, ma anche fonte di sufficiente dinamismo da smentire la visione apocalittica di quanti credono che il capitalismo, la globalizzazione e l’Occidente abbiano plasmato il peggiore dei mondi possibili. Inter alia il numero uno della Fed è noto per il sostegno a una nuova misura dell’inflazione, con una più ampia base statistica e un approccio empirico rivolto a tutti i prezzi, piuttosto che a un paniere, la cui versione core esclude in automatico alimentari ed energia. In effetti, è mai possibile che nell’era dell’intelligenza artificiale la scienza economica resti ancorata a strumenti concepiti decenni or sono?
Guardando alle posizioni di Warsh comprendiamo perché ha puntato su King e Rajan. Noi europei siamo spesso tentati di criticare la Bce in quanto, non avendo altra variabile-obiettivo che il livello dei prezzi ed essendole vietato il finanziamento monetario dei governi, non può agire come «prestatore di ultima istanza» per gli Stati dell’Eurozona. Al contrario siamo abituati a celebrare il dual mandate della Federal Reserve, che all’inflation targeting affianca l’obiettivo della piena occupazione.
Il successore di Jerome Powell non intende smantellare questo impianto ma ritiene che il banchiere centrale non sia un taumaturgo e se intende stimolare la crescita deve garantire la stabilità finanziaria guardando prima di tutto all’inflazione; e che sia inappropriato attribuire al regolatore tecnico eccessive finalità extra-monetarie, per esempio in materia di politica industriale o di sostenibilità: su questi temi - sostiene Warsh - l’azione dovrebbe essere del legislatore, espressione della sovranità popolare.
Non è dunque un caso che il nuovo presidente della Fed voglia ascoltare Rajan, contrario a un’espansione incontrollata del bilancio dell’ente monetario. Né è un caso che di rivedere la comunicazione sia stato incaricato Lord King, il quale si è sempre mostrato scettico verso una banca centrale che parli troppo, magari assumendo impegni per il futuro senza riuscire a rispettarli sempre.
Come sarà la Federal Reserve dunque sotto la presidenza Warsh? Per sintetizzare si potrebbe dire che il nuovo capo non è un monetarista metodologico: come Guido Carli quando fu governatore della Banca d’Italia, egli non crede che un istituto di emissione possa decidere sulla base di regole ferree, scollegate dalla realtà sottostante. Allo stesso tempo tuttavia dalla «scuola di Chicago» Warsh recupera lo sguardo disincantato su quanto è possibile fare senza ingenerare più problemi di quanti se ne riescano a risolvere. Inoltre egli attribuisce un ruolo di primo piano all’innovazione tecnologica, negli strumenti in circolazione come nelle procedure.
Non si tratta di un approccio scontato; anzi, è la prova di un pensiero vivo, acuto, capace di rispondere alle necessità del presente senza piegarsi alle tendenze dominanti. La chiamata di King e Rajan a Washington evidenzia il rilievo ormai assunto dal Premio Bancor, nato per tributare il giusto riconoscimento alle personalità che - distaccandosi dalla «saggezza convenzionale» - riescono a esercitare un’influenza significativa a livello pratico, non solo teorico, rivelandosi fondamentali affinché cambi l’indirizzo delle politiche pubbliche o addirittura il paradigma che le sostiene. In tempi così difficili imprimere una svolta non di facciata è la sfida che attende Warsh: le sue intenzioni sono ottime; la direzione intrapresa appare giusta. Nelle prossime settimane saremo in grado di valutare se i risultati del nuovo corso siano all’altezza delle aspettative che queste prime decisioni stanno suscitando. (riproduzione riservata)
*presidente dell’Associazione Guido Carli e fondatore del Premio Bancor
**direttore scientifico dell’Associazione Guido Carli