In meno di 100 giorni alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato ben 130 ordini esecutivi, un numero che segna un record assoluto. In questo breve arco di tempo, il tycoon ha già revocato 67 ordini emessi dall’amministrazione Biden, dando il via a un’aggressiva campagna per smantellare molte delle politiche dei suoi predecessori.
Secondo un’analisi dell’Agence France-Presse, quasi la metà di questi decreti mira a ridurre o eliminare programmi federali; più di un quarto si inserisce nel contesto della crescente guerra culturale che divide il Paese, mentre circa un quinto sembra avere un intento punitivo verso avversari politici e figure a lui sgradite.
La linea guida dell’amministrazione Trump è chiara e mira alla deregolamentazione. Il 19 febbraio il presidente ha smantellato lo United States Institute of Peace, creato sotto la sua stessa presidenza. Un mese dopo, il 14 marzo, ha ordinato la chiusura virtuale di una commissione dedicata ai senzatetto, istituita ai tempi di Ronald Reagan, e di un’agenzia per l’imprenditorialità delle minoranze, nata sotto Richard Nixon. Entrambe le strutture sono state eliminate in nome della lotta alla burocrazia.
L’8 aprile, un altro decreto ha ordinato al Dipartimento di Giustizia di sospendere l’applicazione di alcune leggi ambientali statali, nell’ottica di favorire l’estrazione e l’utilizzo degli idrocarburi. L’attuale politica ambientale riflette una decisa spinta alla deregolamentazione, sostenuta anche dalla Commissione per l’efficienza governativa guidata da Elon Musk. Sette decreti ne delineano i compiti, che comprendono drastici tagli ai servizi federali, senza arrivare al loro completo smantellamento.
La nuova crociata dell’amministrazione si gioca anche sul terreno culturale. Temi come identità di genere, diversità etnica e religiosa, e diritti delle minoranze sono stati al centro di circa 40 ordini esecutivi. Il 20 gennaio, Trump ha imposto alle agenzie federali di rimuovere la parola «genere» dai documenti ufficiali, negando di fatto il riconoscimento dell’identità di genere.
Altri decreti hanno escluso le persone transgender dall’esercito, cancellato programmi di assunzione basati su azioni positive e accusato le istituzioni federali di «pregiudizi anticristiani». Tra le iniziative più simboliche, il cambio di nome del Monte Denali, ribattezzato Monte McKinley e del Golfo del Messico, ora «Golfo d'America». Il 27 marzo Trump ha anche preso il controllo diretto degli Smithsonian di Washington, musei pubblici accusati dalla sua amministrazione di «revisionismo» e «indottrinamento ideologico».
Gli ordini esecutivi sono diventati anche un’arma politica. Il 20 gennaio, Trump ha revocato le autorizzazioni di sicurezza a 51 ex funzionari dell’intelligence, incluso il suo ex consigliere John Bolton. Ha inoltre preso di mira alcuni studi legali legati ai suoi oppositori, impedendo loro l’accesso a contratti federali e a informazioni riservate. Quattro delle cinque aziende coinvolte hanno ottenuto sospensioni giudiziarie dei decreti, mentre la quinta ha raggiunto un accordo con l’amministrazione, che molti esperti legali hanno interpretato come una «resa».
Alcuni provvedimenti, invece, esulano dalle tradizionali dinamiche politiche. Tra questi figurano l’istituzione di una task force per celebrare il 250° anniversario dell’indipendenza americana e i preparativi per la Coppa del Mondo di calcio del 2026. In un altro decreto, Trump ha istituito una «riserva strategica di bitcoin» per garantire l’energia necessaria allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, in chiave competitiva contro la Cina.
Altri ordini esecutivi sono più insoliti: regolano la vendita dei biglietti dei concerti, riportano in auge le cannucce di plastica e perfino definiscono nuovi standard per la pressione delle docce. (riproduzione riservata)