Il Piano Casa 2026 è un segnale positivo, perché riporta finalmente l’attenzione su un tema centrale come quello dell’abitare e prova a strutturare una risposta all’emergenza che molte famiglie vivono da anni.
L’obiettivo di rendere disponibili 100 mila alloggi in dieci anni, attraverso il recupero dell’edilizia residenziale pubblica e programmi di edilizia convenzionata a canone calmierato, è certamente ambizioso. Vanno riconosciuti gli effetti potenzialmente benefici di un’impostazione che punta a rimettere in sesto il patrimonio pubblico inutilizzato e a promuovere interventi di rigenerazione urbana, anche per l’impatto che queste misure possono avere sulla filiera dell’edilizia e sull’occupazione. Il piano arriva però dopo anni in cui il settore non ha ricevuto un sostegno strutturato, rendendo più complessa la realizzazione di obiettivi così importanti, dal punto di vista sia economico che operativo.
Inoltre, accanto alla necessità di aumentare l’offerta di alloggi, emerge l’esigenza di ampliare lo sguardo all’esistente. La questione abitativa non riguarda solo l’accesso a un alloggio, ma anche la qualità degli edifici e la sostenibilità dei costi per chi li abita. In questo senso, nel Piano Casa si coglie una molto limitata attenzione verso una filiera che non si occupa solo di nuova costruzione, ma comprende anche il rinnovamento energetico del patrimonio edilizio e che necessita oggi di strumenti di supporto stabili e ben regolati per tornare a operare con continuità.
Il sostegno pubblico alla riqualificazione energetica, se programmato in modo efficace, con norme rigorose e nel rispetto del bilancio dello Stato, può produrre nel tempo benefici ben superiori all’investimento iniziale, riducendo la dipendenza energetica dall’estero e generando risparmi strutturali per i cittadini.
Proprio per questo, il Piano Casa può e deve evolvere in una piattaforma capace di integrare in modo più stretto le politiche dell’abitare con quelle energetiche, incidendo direttamente sui consumi e sui costi per le famiglie. La Direttiva Epbd chiede agli Stati membri di ridurre il consumo medio di energia primaria negli edifici residenziali del 16% entro il 2030 e del 20–22% entro il 2035, lasciando ai governi la responsabilità di definire strumenti e politiche di supporto per il raggiungimento di questi obiettivi.
In questo contesto, il Conto Termico 3.0 è uno strumento già operativo che può essere rafforzato e meglio integrato per svolgere un ruolo centrale di raccordo tra Piano Casa ed Epbd.
Il meccanismo, gestito dal Gse, dispone di una dotazione annua di 900 milioni di euro e incentiva con contributi diretti fino al 65% delle spese ammissibili (e fino al 100% per specifici interventi della Pubblica Amministrazione) interventi di riqualificazione energetica su edifici esistenti, sostituzione di impianti obsoleti e produzione di energia termica da fonti rinnovabili.
Pur non essendo una soluzione universale, il Conto Termico 3.0 ha un valore strategico perché lega l’incentivo al risultato energetico, favorendo interventi di riqualificazione energetica strutturale del patrimonio edilizio e producendo riduzioni strutturali dei consumi e delle bollette.
Oggi oltre 2 milioni di famiglie vivono in condizioni di povertà energetica e la dipendenza energetica dall’estero supera il 70%, intervenire sui consumi domestici significa ridurre in modo duraturo la spesa per le famiglie e rafforzare al tempo stesso la sicurezza energetica del Paese. Non è più possibile rimandare il passaggio da una politica della casa a una vera politica industriale della riqualificazione, altrimenti il Piano rischia di avere un impatto limitato rispetto alle emergenze abitative, energetiche e climatiche che il Paese deve affrontare.
*presidente di Rete Irene