
Ma una previsione di questo tipo è davvero realistica? L'emittente di Etf WisdomTree in occasione del suo decimo anno di attività in Italia ha diffuso i risultati di un sondaggio, realizzato tra giugno e luglio 2024 in collaborazione con Censuswide, che ha coinvolto 817 investitori professionali europei che complessivamente hanno Aum per circa 4.400 miliardi di euro.
Da quanto emerge dall'indagine, "solo il 2% degli investitori professionali italiani ritiene che nei prossimi dieci anni non vedremo alcuna crescita degli Etf in Europa". È quindi evidente che i professionisti del settore percepiscano una diffusa positività che circonda l'utilizzo di questi strumenti d'investimento.
Secondo la ricerca, nel nostro Paese "almeno tre investitori su dieci (30%) utilizzano gli Etf come investimenti core del portafoglio", sfuttando la replica passiva degli indici più popolari come l'S&P 500, "su cui è allocata la maggior parte degli asset". Tuttavia - precisa lo studio - gli investitori italiani utilizzano riconoscono gli Etf (ma anche gli Etp, exchange traded product, garantiti dal possesso del sottostante) "per accedere ad asset alternativi, come materie prime o criptovalute (34%) e azionario tematico (30%)".
L'effetto dell'utilizzo degli Etf, quindi, è anche quello di accedere a prodotti che non sempre sono alla portata di tutti, non solo come possiiblità di negoziazione ma anche per la complessità di valutazione da cui sono caratterizzati.
Non si tratta però solo di replica passiva. Negli ultimi anni, infatti, agli Etf tradizionali si sono aggiunti anche gli Etf a gestione attiva. E sembra che in Italia piacciano di più che nel resto d'Europa: "I partecipanti all'indagine in Italia - conferma WisdomTree - li hanno collocati al primo posto tra i fattori chiave per la crescita degli Etf europei nel prossimo decennio (26%), in netto contrasto con la prospettiva paneuropea secondo cui gli Etf attivi si collocherebbero all'ultimo posto". Chi ha ragione?
Ad ogni modo sono gli stessi professionisti a segnalare la difficoltà di allocazione degli Etf attivi agli investitori proprio per la fama di "replicanti" che li accompagna.
Cos'è la destra e cos'è la sinistra, cantava iornicamente Giorgio Gaber a metà degli anni '90, un ritornello potrebbe essere applicato anche agli Etf attivi: cos'è trasparente e cosa non lo è? È infatti questo il nodo che vede una discreta differenza di opinione da parte degli intervistati sulla definizione e sulle carattersitiche di "Etf attivo". Una differenza non insignificante, visto che è proprio su queste basi che vengono selezionati e inseriti in portafoglio.
"La maggioranza (65%) - spiega infatti Wisdom tree - ritiene che si tratti di gestori di portafoglio che scelgono i titoli per gli Etf, con piena trasparenza (25%), semi-trasparenza (26%) o nessuna trasparenza (14%). Tra gli altri, solo il 17% degli investitori coinvolti in Italia ritiene che un Etf che replica un indice costruito con partner esperti sia compatibile con la propria interpretazione di Etf attivo".
In questo contesto, Alexis Marinof, head di WisdomTree Europe, ha affermato che "nell'ultimo decennio il settore europeo degli Etf è diventato sempre più solido", ma che "dobbiamo ancora superare alcuni ostacoli a livello formativo". Secondo Marinof, "l'opportunità proveniente dal settore retail sia la più interessante per l'industria degli Etf, mentre gli investitori professionali sostengono che lo sviluppo di prodotti innovativi sarà altrettanto fondamentale".
"In un'ottica di investimento - prosegue - un Etf che non sia ponderato per la capitalizzazione di mercato potrebbe essere considerato attivo. In realtà, la maggior parte degli Etf individuati come attivi non è in linea con la definizione di 'alta convinzione' e 'selezione dei titoli' che la maggior parte degli investitori attribuisce agli Etf attivi e presenta molte somiglianze con gli Etf ponderati in base ai fondamentali che esistono da decenni".