Gli Usa hanno il pil più elevato del mondo, circa 28 miliardi di dollari. Con 340 milioni di abitanti, fa un reddito pro-capite di oltre 80 mila dollari, ai vertici mondiali. Ma hanno anche la maggiore polarizzazione della ricchezza, almeno tra i Paesi occidentali: il maggior numero di miliardari (quasi 1.000, non solo i noti Bezos, Musk e Zuckerberg) si associa a quasi un milione di homeless (saliti del 18% dal 2023 al 2024, mentre il patrimonio cumulato dei primi 500 miliardari è cresciuto del 10%, da 4.500 a 5.500 miliardi).
Make America Great Again è uno slogan e una grande mistificazione. Gli Usa sono già i più ricchi e forti; ma la distribuzione del reddito, il benessere della low-middle class e il sogno americano di migliorare la propria condizione da una generazione all’altra, peggiorano da decenni.
Come molti altri leader in tutto il mondo, Donald Trump cavalca con abilità il crescente malcontento e racconta storie, per ottenere voti. Ma la sua strategia, ammesso che abbia successo per fare crescere il pil americano, difficilmente migliorerà il tenore di vita dei ceti americani medi e bassi (la maggior parte della popolazione).
L’Ue ha un pil di quasi 18 miliardi, circa 450 milioni di abitanti e un pil medio inferiore ai 40 mila dollari. Pro-capite, meno della metà degli Usa. Anche in Europa cresce la polarizzazione tra ricchi e poveri. Gli homeless, pure in crescita, sono in valore assoluto simili agli Usa, ma meno sul totale della popolazione. A differenza degli Usa, in gran parte dell’Europa, dalle banlieue di Parigi, ai quartieri poveri di Napoli, la sanità pubblica, c’è per tutti, per quanto malandata. E le pensioni sociali, come definite in vari Stati europei, sono certo più numerose.
L’Europa non è più ricca degli Usa, ma andando in giro e facendo i dovuti confronti, si può dire che la qualità della vita sia migliore. Le grandi capitali, che attraggono sempre più persone, fanno storia a sé: ma confrontando le regioni e medie città francesi, italiane, spagnole e tedesche, che siano i dintorni di Alessandria o L’Aquila, Bordeaux o Lione, Bilbao o Siviglia, Amburgo o Lipsia, la qualità della vita media è certamente superiore che attorno a Detroit, Minneapolis o Houston. Per non dire della sicurezza e del controllo delle armi in mani private.
È vero che lo stato sociale che negli ultimi 70 anni ha improntato le democrazie europee di stampo cattolico o socialdemocratico, è stato finanziato da una crescita economica e con un debito pubblico che, dalla Seconda guerra mondiale, è stato reso possibile prima dai soldi Usa del piano Marshall e poi dall’assenza di spese eccessive per la difesa e il deterrente atomico, pagato invece dai cittadini Usa, russi e cinesi (che infatti sono ancor più poveri e polarizzati tra ricchissimi e poverissimi). Ora però negli Usa, ma anche in Russia e in Cina, i vecchi sistemi scricchiolano. Sarà la crisi demografica, economica, dei sistemi politici o sociali. Da fuori, però, tutti vedono che in Europa la qualità media della vita è migliore. Non perché ci sia più ricchezza in assoluto, ma almeno è stata distribuita certo meglio che negli altri blocchi.
L’invidia umana, il desiderio istintivo e gli animal spirit capitalistici, che si esprimono nel linguaggio e nelle proposte aggressive del presidente Usa, nella strategia militare della Russia o nell’export di conquista, sussidiato dallo Stato cinese, per il dominio su risorse e zone di influenza (come in Africa negli ultimi 20 anni), servono a prendere potere e ricchezza, a discapito degli altri. In questa fase storica, gli altri sono gli europei. L’oggetto del desiderio e l’obiettivo in palio, nel prossimo secolo, sono la ricchezza e il benessere dell’Europa. Come lo furono la ricchezza e il benessere del cadente Impero Romano. Non, tanto o non solo in termini di spostamento dei confini manu militari. Ma con tutti gli altri strumenti di pressione economica, mediatica e tecnologica che oggi si vedono chiaramente in azione.
L’Italia crede di poter negoziare, da sola, condizioni migliori con gli Usa rispetto agli altri Stati europei ed evitare i dazi? Se tutti facessero lo stesso ragionamento per avere concessioni individuali, gli Usa non otterrebbero più quello che cercano. L’Italia vuole rinegoziare da sola trattati con la Cina, come speravano di fare i politici del primo governo targato Movimento 5 Stelle, anticipando gli altri sulla Via della Seta? Con il bisogno di soldi e il debito pubblico attuale, il rischio è di dare in pegno porti e ferrovie agli investitori (di Stato) cinesi, come hanno fatto i pakistani, ma senza avere la forza degli Usa per riprendersi l’influenza sul Canale di Panama.
Qualcuno in Italia vuole rifare accordi diretti con Gazprom, per avere gas a basso prezzo? Il rischio è di peggiorare i rapporti con Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Scandinavi e tutto l’Est Europa, dove tanti imprenditori italiani hanno fabbriche ed esportano complessivamente molto di più. In sintesi, dopo cinquanta anni di mercato comune, dell’Europa non si può più fare a meno dal punto di vista economico.
Gli Usa vorrebbero anche affossare e toglierci l’euro, per costringere a denominare tutti i flussi commerciali in dollari e investire i surplus nel loro debito pubblico. Già una buona parte delle riserve auree tedesche e italiane è nei caveau Usa. L’euro è uno dei pochi strumenti di indipendenza politica e strategica esistenti, meglio tenerselo stretto. E magari non continuare a investire enormi flussi finanziari in debito Usa; dovrebbero averlo finalmente capito anche i tedeschi che è diventato meno rischioso emettere e investire in obbligazioni comuni europee. (riproduzione riservata)