
Il consolidamento del sistema finanziario non è partito dalle banche, ma dalle società di risparmio gestito. L’ingresso di Fsi nel capitale di Anima arriva a quasi due mesi dall’annuncio dell’alleanza tra Azimut e Unicredit nel wealth management.
Secondo analisti e investitori si tratta di due operazioni che, pur nelle loro peculiarità, sono destinate a ridisegnare le geografie del settore. Le mosse degli operatori saranno peraltro seguite con grande attenzione dal governo, visto che da esse dipenderà il futuro di una fetta importante del risparmio italiano.
Martedì 14 febbraio il fondo Fsi di Maurizio Tamagnini ha comprato il 7,2% di Anima per 108,7 milioni nell’ambito di un reverse accelerated bookbuilding gestito da Mediobanca. L’operazione si presta ad almeno un paio di interpretazioni. Da un lato, c'è la lettura industriale: dopo gli investimenti in Cedacri, Lynx e Cerved, con l’ingresso in Anima la sgr di Tamagnini ha confermato l’interesse per quelle nicchie dei servizi finanziari dove l’utilizzo delle nuove tecnologie è oggi sempre più intenso.
La seconda interpretazione è invece di natura politica.
La ricostruzione fatta da un paio di fonti romane descrive un’operazione di sistema con in regia il governo e, in particolare, il ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti e con il preciso intento di proteggere Anima da appetiti stranieri.
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