Le AI policy non sono più documenti tecnici relegati ai margini dei regolamenti. Stanno diventando bussole. Orientano scelte industriali, creative e reputazionali. È in questa chiave che va letta la nuova disciplina dei Golden Globes sull’uso dell’intelligenza artificiale: è il tentativo di definire quando la macchina può entrare nel processo creativo senza sostituire l’umano. Ne parlavo qualche giorno fa e ringrazio per l'ispirazione Silvia Calandrelli, direttrice illuminata della Rai e responsabile del tavolo tecnico che in azienda si occupa di AI.
Il punto centrale delle nuove regole è che l’uso dell’intelligenza artificiale, inclusa quella generativa, non comporta automaticamente l’esclusione di un film purché la direzione creativa umana, il giudizio artistico e l’autorialità restino primari. Non è dunque una logica di divieto ma di governo.
La distinzione decisiva non è tra opera «con AI» e «senza AI». Sarebbe una contrapposizione ormai fragile, soprattutto nel cinema, che è da sempre arte tecnologica. La vera domanda è: l’AI assiste o sostituisce? Potenzia una scelta umana o diventa il centro invisibile della decisione creativa? È qui che la policy dei Golden Globes assume un rilievo più ampio. L’AI può essere usata ma l’impiego deve essere dichiarato. Le submission devono indicare se vi è stato uso di AI generativa nella produzione dell’opera.
Non è un dettaglio procedurale. È il passaggio dalla tecnologia come strumento opaco alla tecnologia come elemento da rendere intelligibile. Non basta che l’opera funzioni. Occorre poter spiegare come è stata prodotta, quale ruolo ha avuto la macchina e quale contributo resta imputabile a una persona.
Il nodo più delicato riguarda gli attori. Le regole stabiliscono che una performance deve derivare in modo primario dal lavoro del performer accreditato. Non sono ammissibili interpretazioni sostanzialmente create dall’AI, cioè casi in cui la macchina determina espressione, movimento o voce. Non conta solo quanto un attore appare sullo schermo, ma se la prestazione artistica è ancora sua.
Questa è la soglia più interessante. L’AI può invecchiare, ringiovanire, modificare visivamente. Ma non può appropriarsi della performance. Può intervenire sulla forma, non sostituire la sostanza. E soprattutto non può usare senza autorizzazione volto, voce o dati biometrici di un performer.
Qui la questione esce dal solo terreno cinematografico. Il volto, la voce, il gesto non sono semplici asset produttivi ma proiezioni dell’identità personale. Quando diventano replicabili e sintetizzabili da sistemi generativi il problema non è solo contrattuale o proprietario ma riguarda il controllo della persona sulla propria rappresentazione digitale.
La differenza con l’Academy, che per gli Oscar adotta in alcuni passaggi una formula più rigida soprattutto su scrittura e recitazione, aiuta a capire il punto. Non si tratta di dire che gli Oscar vietano l’AI e i Golden Globes la liberalizzano. Entrambi cercano di preservare la centralità umana. Cambia la tecnica regolatoria: più categoriale nell’Academy, più funzionale nei Golden Globes, dove il criterio è il ruolo effettivo dell’AI nel processo creativo.
Questa differenza mostra due possibili modelli di governo dell’AI nella cultura. Il primo protegge alcune categorie artistiche attraverso soglie più nette. Il secondo ammette l’AI nella filiera ma la sottopone a disclosure e verifica. Il primo rischia la rigidità. Il secondo rischia l’incertezza interpretativa. Ma entrambi riconoscono lo stesso dato: nell’età generativa l’autorialità non può più essere data per scontata.
La novità è che queste policy non intervengono solo a valle, quando l’opera è finita, ma anche a monte sulle scelte produttive. Uno studio, una piattaforma, un regista o un produttore dovranno chiedersi non solo se un certo uso dell’AI sia tecnicamente possibile o economicamente conveniente, ma se sia compatibile con gli standard reputazionali di premi, festival e mercati in cui l’opera dovrà circolare.
In questo senso i Golden Globes mostrano un tratto sempre più evidente della governance digitale: la regolazione dell’AI non passa solo da legislatori o autorità indipendenti ma anche da organismi privati, circuiti reputazionali, standard professionali, policy di piattaforma. Non producono norme pubbliche ma orientano comportamenti. Non vietano in astratto ma definiscono condizioni di legittimità.
La domanda finale allora non è se l’AI debba entrare nel cinema. È già entrata. La domanda è a quali condizioni la sua presenza sia compatibile con una nozione ancora riconoscibile di creatività, performance e responsabilità. La risposta dei Golden Globes è: AI sì se resta sotto governo umano, se dichiarata, se non sostituisce il contributo creativo essenziale; AI no se usa senza consenso volto, voce o dati biometrici.
È una piccola regola di eleggibilità. Ma racconta una trasformazione: nell’AI generativa il problema non è più solo produrre contenuti ma sapere chi decide, chi autorizza, chi crea e chi risponde. È questa una delle nuove mappe del potere digitale. (riproduzione riservata)
*Full Professor of Constitutional Law and AI Regulation
Director, LLM in Law of Technology and Automated Systems
Bocconi University