La Groenlandia è tornata al centro dell’attenzione internazionale dopo che Donald Trump ha più volte espresso la volontà di controllare l’isola per motivi difensivi, a suo dire.
Oltre alla posizione geografica strategica, l’«isola verde» potrebbe rappresentare anche l’alternativa occidentale a terre rare e idrocarburi asiatici. Una possibilità sostenuta da ricerche geologiche, che si scontra però con rilevanti problematiche di natura pratica.
La Groenlandia è senza dubbio un luogo strategico da un punto di vista militare, tanto che gli Stati Uniti vi hanno posto una base militare già nel 1952, a seguito di un accordo firmato con la Danimarca l’anno prima.
Si tratta della Pituffik Space Base: situata nel Nord-Ovest dell’isola, è attualmente attiva con la presenza di circa 150 militari americani. Il suo scopo è principalmente quello di intercettare il lancio di missili contro gli Usa, oltre a controllare i satelliti per l’intelligence.
Esiste poi un’ulteriore progetto militare che ha avuto luogo in Groenlandia: la base sotterranea di Camp Century, costruita nel 1959 a circa 30 metri sotto il livello del suolo.
Lo scopo americano era avere un presidio per le armi nucleari che fosse più vicino all’Unione Sovietica. Dismessa nel 1967, la base è oggi una discarica per rifiuti pericolosi e radioattivi.
Oltre alla posizione geografica (Trump sostiene che l’isola sarebbe presidiata da imbarcazioni russe e cinesi), l’appetibilità della Groenlandia è alimentata dal suo potenziale in termini di risorse energetiche e minerarie.
Secondo le stime basate sui dati dello U.S. Geological Survey, l’Artico considerato nel suo complesso concentrerebbe circa 400 miliardi di barili equivalenti di idrocarburi, per il 70% gas, con circa il 50% delle risorse localizzate in territorio russo.
Una delle criticità, riguarda però la carenza di infrastrutture: se è vero che la Groenlandia potrebbe rappresentare un’alternativa agli asset energetici orientali, non dispone di infrastrutture tali da rendere fruibili nell’immediato le sue risorse.
Secondo stime geologiche internazionali, il 13% del petrolio non ancora scoperto a livello mondiale e circa il 30% del gas naturale non ancora sfruttato si troverebbero proprio nella regione artica, con una quota attribuibile alla Groenlandia significativa, seppur minoritaria rispetto alla Russia.
Accanto agli idrocarburi, la regione artica è già oggi strategica per i minerali: il 44% delle riserve mondiali di palladio, il 13% del platino e l’11% del nickel si trovano qui. Quanto alle terre rare, le stime parlano di 130 milioni di tonnellate potenziali, di cui circa 40 milioni in Groenlandia.
Secondo Wood Mackenzie, uno dei principali fornitori globali di dati e analisi sul settore energia e risorse naturali, la Groenlandia rappresenta una zona di grande interesse strategico per risorse minerarie e materiali critici, ma non è semplice da riconvertire per la produzione commerciale.
Gli analisti sottolineano che l’isola possiede depositi di minerali come ferro, rame, grafite, zinco, oro e uranio, e che la regione di Gardar nel sud è caratterizzata da concentrazioni promettenti di terre rare, litio, tantalio, niobio e zirconio. Tuttavia, la copertura di ghiaccio su circa l’80% del territorio limita fortemente l’esplorazione e la quantificazione precisa delle risorse, dando finora una immagine più qualitativa che quantitativa del potenziale.
Wood Mackenzie evidenzia anche che, nonostante l’interesse politico per ridurre la dipendenza dai centri di approvvigionamento asiatici di materiali critici, l’industria mineraria groenlandese resta rudimentale: al momento l’isola ha solo poche miniere operative, tra cui un progetto aurifero e alcune attività di anortosite, mentre progetti più ambiziosi di terre rare o altri metalli strategici non hanno raggiunto fasi avanzate di sviluppo.
Le difficoltà non sono soltanto geologiche, ma comprendono costi elevati di esercizio e di infrastruttura, opposizione ambientale, problematiche di sicurezza legate alla presenza di uranio e la necessità di importare lavoratori qualificati.
Il quadro di Wood Mackenzie, pertanto, delinea una Groenlandia che ha potenziale ma affronta vincoli reali: condizioni climatiche estreme, mancanza di infrastrutture e costi crescenti rendono difficile per gli operatori tradurre le risorse geologiche in progetti redditizi. Questo si riflette anche nella modesta attività esplorativa storica nell’ambito degli idrocarburi, dove la combinazione di costi operativi e politiche ufficiali che limitano l’esplorazione ha ridotto l’interesse degli investitori.
In questo contesto, Wood Mackenzie segnala che l’interesse strategico per la Groenlandia è quindi più legato al suo ruolo geopolitico e alla disponibilità potenziale di materiali critici per le catene di approvvigionamento che alla immediata redditività di nuovi progetti estrattivi. Ma chissà che non possa diventare una scommessa a lungo termine per i Paesi Nato, mai come ora così divisi tra loro.(riproduzione riservata)