Alzi la mano chi, tra il 2018 e il 2020, andando in banca o dal proprio consulente, non si è sentito proporre un prodotto di investimento sostenibile, contrassegnato dall’acronimo Esg. C’è stato un tempo non troppo lontano in cui la sostenibilità in portafoglio era davvero sulla cresta dell’onda. L’attivista Greta Thunberg infiammava le piazze al grido di «bla, bla, bla», i governi dei Paesi occidentali (e non solo) si riunivano periodicamente per tracciare dettagliati piani di contrasto al cambiamento climatico, e la finanza li seguiva mettendo in portafoglio titoli delle aziende che facevano il bene dell’ambiente e della società ed escludendo quelle “colpevoli” dei mali del mondo: tabacco, gioco d’azzardo, energia, difesa.
Cosa resta oggi di tutto questo? Probabilmente nulla. Anzi, peggio ancora: il mondo del 2025 è sotto molti aspetti l’esatto opposto di quello dell’era pre-Covid. Oggi a guidare gli Stati Uniti c’è un presidente che nega il cambiamento climatico ed è stato eletto alla Casa Bianca con la promessa del «drill, baby, drill» («trivellare, baby, trivellare»).
Nel mondo ci sono due guerre con ripercussioni globali, una della quali (quella in Ucraina) si combatte alle porte dell’Europa: e così le società della difesa, da nemiche della pace mondiale, sono diventate nella percezione della politica – e spesso dell’opinione pubblica – un baluardo di sicurezza. L’Unione Europea stessa, uscita dalla pandemia con l’intenzione di dar vita a un New Green Deal, ha ormai messo in cima all’agenda un massiccio piano multimiliardario di riarmo, un vero e proprio New War Deal.
Per anni la promozione dei prodotti Esg da parte di banche e consulenti ha ripetuto lo stesso mantra: facendo il bene del mondo si fa bene anche alla performance del portafoglio. Ma è davvero così? Uno studio del comparatore JustEtf condotto per MF-Milano Finanza ha mostrato come, mettendo a confronto il più generalista degli Etf sulle azioni globali con la sua versione socialmente responsabile (acronimo Sri) nell’ultimo anno il rendimento del fondo senza filtri di sostenibilità ha doppiato quella del comparto green: +10,8% contro +4,1%. Se si va indietro dal 2020 a oggi la differenza è ancora più marcata: +100% l’Etf generalista, +75% quello Sri. «Anche il rapporto rischio-rendimento, sugli orizzonti di uno, tre e cinque anni premia sempre l’indice classico», commenta Lorenzo Demaria, country head Italia JustEtf. «Questo significa che l’indici Esg in questione ha anche una volatilità un po’ più alta rispetto a quello senza filtri di sostenibilità».
Ma se si va ancora più indietro nel tempo e si fa partire la simulazione da fine 2017 si nota un altro elemento interessante: c’è stato effettivamente un periodo, intorno al gennaio 2022, in cui i rendimenti erano invertiti, e la versione socialmente responsabile dell’indice batteva quella classica di quasi 20 punti percentuali. Poi però qualcosa si è incrinato.
Dal 2022 in avanti sulla sostenibilità in portafoglio si è abbattuta la tempesta perfetta. Tuttavia, lamentano i ben informati, l’industria stessa del risparmio gestito – in tandem con una regolamentazione caotica – aveva creato l’embrione del declino. «Il regolamento europeo Sfdr (Sustainable Finance Disclosure Regulation, ndr) del 2019 sui fondi sostenibili ha permesso a molti comparti che semplicemente promuovevano investimenti sostenibili di diventare articolo 8, quindi Esg. Il mercato si è trovato di punto in bianco con il 40% dei fondi esistenti che si appuntavano questa etichetta». Chi parla è Donato Giannico, country head per l’Italia della società di gestione austriaca Raiffeisen, nota per i suoi fondi d’investimento allineati ai principi morali e sociali della fede cattolica.
«Il trend era fortissimo, la spinta politica enorme. Era difficile immaginare che i fondi restassero sobri e non decidessero di diventare Esg, nel momento in cui era così facile farlo». Di fatto, tante società di gestione hanno approfittato di regole troppo blande per sfoggiare (anche a livello di marketing) un’etichetta che poco o nulla aveva a che fare con i sottostanti dei fondi. Dando origine così a quel fenomeno noto come greenwashing che ha portato poi, a partire da fine 2022, al declassamento di centinaia di comparti, rappresentativi di oltre 200 miliardi di euro di masse. E che ha spinto l’Esma (l’autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati) a dettare ai gestori – entro il 21 maggio di quest’anno – precise linee guida sui termini legati all'Esg o alla sostenibilità nei nomi dei fondi.
La tempesta perfetta è effettivamente esplosa nel 2022, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che ha fatto lievitare i prezzi dell’energia. «I prezzi alle stelle hanno creato un gap tra una finanza che si stava orientando alla sostenibilità e un’economia che andava in un’altra direzione», ricorda Giannico, facendo riferimento al revival dai titoli azionari delle energie fossili, da anni i grandi esclusi dei portafogli Esg. «A quel punto si è spezzato il paradigma, quasi dogmatico negli anni precedenti, per cui la sostenibilità portava minore rischio e maggiore rendimento in portafoglio».
Ed è partito l’effetto domino. «Nel frattempo sono intervenute nuove logiche di tipo politico, che hanno fatto sì che la transizione energetica fosse più lunga possibile», sottolinea il money manager. «A fronte di una finanza che aveva il potenziale di creare un terremoto nei mercati, disinvestendo dai settori dei combustibili fossili e investendo in massa nell’energia pulita, la politica è intervenuta per allungare la transizione. E il mercato l’ha seguita».
Il regolatore, in tutto ciò, «ha fatto la sua parte nel creare il caos, emanando la nuova legge sui nomi dei fondi, che si è sovrapposta a quella precedente, mettendo una serie di paletti all’Esg che però vanno in contrasto con un regolamento ancora in vigore». Il tema del nome, secondo Giannico, è centrale: «Se il fondo rimane articolo 8 ma non può più chiamarsi Esg, l’investitore non considera più quel fondo sostenibile». In tutto ciò, ci si è forse dimenticati che i problemi alla base della finanza sostenibile, a cominciare dal cambiamento climatico, sono tutt’altro che in via di risoluzione.
Tra nomi cambiati, nuovi acronimi e performance deboli, molti investitori che avevano in portafoglio questi prodotti, magari comprati nel loro periodo d’oro, hanno iniziato a interrogarsi sull’effettiva bontà della finanza sostenibile. In primis per il rendimento. Ma anche per i sottostanti dei prodotti. «Devo dire che il sistema degli operatori finanziari si è limitato ad applicare le regole in modo piuttosto miope», lamenta Giannico. «Ad esempio sui produttori di armamenti: le regole dicono che non si può investire in produttori di mine a grappolo, ma si può farlo in produttori di droni che poi guidano le mine a grappolo. Ormai finanza e sostenibilità non hanno più una correlazione diretta, semplicemente perché il confine tra ciò che è sostenibile e ciò che non lo è così sfumato che tutto, di fatto, può essere messo o escluso».
Tanto che JustEtf, nel suo studio, ha anche rilevato che dal 2022 a oggi i comparti azionari Esg, compresi sia Etf sia fondi comuni tradizionali, con qualche esposizione alla filiera delle armi nucleari sono aumentati di oltre il 50%, superando quota 2.000. Non sarebbe quindi eretico se un investitore, di fronte al suo fondo socialmente responsabile, trovasse tra le prime partecipazioni una società di cybersecurity e si ponesse la domanda che circola da tempo tra gli scettici della finanza sostenibile: «Come faccio a sapere se questa azienda in realtà non spia la gente per poi bombardarla?».
Rimane poi il nodo delle performance: l’Esg è in grado di generare effettivamente un extra-rendimento? Un recente studio del provider di indici Scientific Beta – che ha attirato anche l’attenzione del Wall Street Journal – mostra, con il supporto di tecniche di machine learning, che quando si parla di Esg potrebbe valere il vecchio motto «tanto rumore per nulla».
Tra gli autori c’è anche un ricercatore italiano, Giovanni Bruno. «Abbiamo creato portafogli multifattoriali che utilizzano un set di informazioni Esg – 222 metriche – in aggiunta a segnali puramente finanziari», spiega a MF-Milano Finanza. Sulla carta (cioè nei backtest) l’Esg sembra aiutare. Ma è un’illusione legata al cosiddetto errore di stima, unità di misura dell’incertezza di un valore statistico. In laboratorio, in buona sostanza, si finge di conoscere con precisione rendimenti e rischi finali effettivi: e qui l’Esg sembra davvero vincente. «Nella realtà», ricorda Bruno, «la relazione fra informazioni e rendimenti va stimata prima di costruire i portafogli, e le metriche Esg introducono molto rumore, impedendo però un miglioramento effettivo della performance». Inoltre, anche tralasciando l’errore di stima, «non emerge una direzione univoca tra sostenibilità e rendimento: nel portafoglio ottimale convivono posizioni pro-Esg come i diritti umani e anti-Esg come i cosiddetti sin-stocks (titoli del peccato, cioè alcol, gioco d’azzardo, tabacco, ndr), che nel complesso si bilanciano», evidenzia l’esperto. Lo studio si conclude con un invito agli investitori a formare aspettative realistiche sui benefici che le informazioni Esg possono apportare, e con un monito: più informazioni non si traducono necessariamente in più rendimento. «Il rischio è di scambiare la complessità con la conoscenza», conclude Bruno.
Insomma, quello che fino a qualche anno fa era un megatrend da cavalcare a ogni costo oggi sembra essere percepito come qualcosa da cui tenersi lontani il più possibile. Basti pensare che in Europa le nuove quotazioni di Etf Esg (o comunque socialmente responsabili) nei primi otto mesi del 2025 sono state appena 44: se questi livelli fossero confermati, l’anno in corso segnerebbe un ritorno ai livelli di un decennio fa. Peraltro dopo cinque anni consecutivi oltre le 100 quotazioni.
:
Ma guardando ai prodotti attualmente disponibili sul mercato, quali si sono comportati meglio a livello di performance negli ultimi cinque anni? La tabella in basso, elaborata da Fida, mostra i primi dieci fondi e i primi dieci Etf classificati come tematici Esg per rendimento su un orizzonte quinquennale. Prendendo come riferimento ancora una volta l’Etf generalista sull’indice Msci World, solo quattro fondi comuni sono riusciti a batterlo. Si tratta perlopiù di fondi indicizzati, quindi con composizioni del portafoglio simili agli Etf passivi, e di riflesso strutture di costo piuttosto contenute (le commissioni sono spesso inferiori allo 0,5%). Rimane il fatto che nessuno di questi comparti contiene al suo interno titoli associabili in modo univoco alla sostenibilità. Un esempio su tutti: il secondo fondo in graduatoria, Nef Ethical Global Trends di Nord Est Am (+114% con costi dell’1,55%), un fondo attivo classificato articolo 9, cioè a impatto, ha come prime partecipazioni una serie di titoli bancari tra cui Ubs, Société Générale e Barclays.
Cosa si può apprendere da queste statistiche? Che in un contesto di mercato in cui sostenibilità e mercato remano in due direzioni diverse, l’investitore è al bivio. «Se si vuole rimanere puri si possono andare a selezione i titoli a uno a uno con un approccio ad alta convinzione», sottolinea Giannico, che però evidenzia anche gli effetti collaterali di un approccio di questo tipo. «I clienti finali, così come gli stessi consulenti, fanno davvero fatica a capire cosa c’è dentro il fondo, e sono spesso costretti a fidarsi delle etichette. Anche perché allo stato attuale generare extra-performance con questi temi è davvero complesso». Conclude il money manager: «Ci sentiamo, purtroppo, disarmati e disincantati. Continuiamo a credere con forza nella sostenibilità, ma sappiamo di non poter più contare, almeno per adesso, né sulla politica né sul mercato stesso».
Dall’altro lato c’è un’alternativa: essere più realisti del re, e accettare che un investimento sostenibile possa contemplare la via di mezzo. Ad esempio, includere in portafoglio società che generano solo una parte dei propri ricavi dell’alcol o dalle armi. Secondo i fautori di questo approccio, si tratterebbe di accettare un compromesso necessario: anche perché i problemi che la finanza green si propone di risolvere, come il cambiamento climatico o le disparità di genere, non possono essere abbandonati. Quel che serve è però un radicale cambio di paradigma.
«Per anni le sigle e il marketing hanno convinto i risparmiatori che stavano dando i loro soldi al nonno di Heidi. Ma quando arrivavano i prospetti dei fondi si scopriva che nelle prime dieci posizioni c’erano big tech americane e banche». Questa frase, rubata tra le tante conversazioni di un convegno di consulenti a Milano, rende bene l’idea di quale sia stato finora uno dei peccati capitali della finanza sostenibile: poca chiarezza su cosa c’è davvero dietro le etichette di sostenibilità.
D’altronde il concetto stesso di Esg, un acronimo che mette insieme ambiente, società e buona governance, consente anche ad aziende molto lacunose in uno dei tre parametri di migliorare il loro score di sostenibilità alzando gli altri due. Eppure per molti investitori – giovani e donne in testa – investire in portafogli di società in cui possono identificarsi anche a livello di valori morali è sempre più una priorità. Anche a costo di sacrificare una parte della performance.
Tra le società di gestione si sta diffondendo pertanto sempre più la convinzione per cui una buona gestione attiva ad alta convinzione, che selezioni a uno a uno i titoli da mettere in un portafoglio davvero responsabile dal punto di vista sociale e ambientale, possa essere il vero valore aggiunto di questo modo di investire.
Nel corso di un evento tenutosi a Ginevra Hans Peter Portner, head of thematic equities, e Marc-Olivier Buffle, head of thematic client portfolio managers and research di Pictet Asset Management, hanno delineato l’approccio della società di gestione agli investimenti tematici, molti dei quali sono anche classificabili come socialmente responsabili. Il concetto chiave nella costruzione dei portafogli è la «purezza», intesa non come idea metafisica o morale, quanto piuttosto come un criterio di selezione dei titoli in base alla quota di ricavi riconducibili al megatrend.
Ma in che modo in cui Pictet Am applica il concetto di purezza ai suoi portafogli tematici sostenibili, come energia pulita, salute, nutrizione, legno e acqua? «L’universo di riferimento per ciascuna strategia è frutto di un processo di selezione bottom-up che parte dai megatrend: attualmente comprende circa 1.800 società quotate a livello globale», commentano i money manager. «La caratteristica principale di queste società è la loro esposizione diretta e significativa al tema di riferimento: per misurarla viene utilizzato l’indicatore di purezza tematica, che esprime la quota di ricavi riconducibile al megatrend». In media, proseguono, «i portafogli presentano un livello di purezza superiore al 60%, un valore molto elevato se confrontato con fondi tradizionali che si autodefiniscono tematici ma includono società solo marginalmente collegate al tema». Per un investitore, evidenziano, «ciò significa avere la certezza che il capitale è effettivamente esposto al trend selezionato e non disperso in settori non coerenti». Inoltre, «l’universo delle azioni tematiche mostra una sovrapposizione molto bassa con l’indice delle azioni globali Msci Acwi». La conseguenza pratica «è una quota di gestione attiva (active share, ndr) molto elevata, spesso superiore al 90%». In altri termini, gli investitori non acquistano una replica leggermente diversa del mercato globale, ma un’esposizione mirata a settori trascurati dagli indici, «con caratteristiche di crescita strutturale», segnalano Portner e Buffle.
Un approccio di questo tipo peraltro, concludono i due esperti, nel corso degli ultimi 16 anni ha permesso di «generare una sovraperformance grazie a stock picking mirato, ovvero la selezione di società con forte esposizione ai megatrend e crescita strutturale, e un occhio di riguardo verso le small e mid cap, spesso escluse dagli indici principali ma con dinamiche di crescita più sostenute». (riproduzione riservata)