Che la gestione attiva sia la nuova frontiera degli Etf, anche in Italia, è ormai un dato di fatto. Ma la domanda che circola tra analisti e consulenti è quasi scontata: questi prodotti ibridi, quotati come i classici fondi-indice passivi ma gestiti secondo logiche di stock picking, riescono a mantenere bassi i costi, caratteristica primaria degli Etf tradizionali?
Per dare una risposta la società di rating Scope Ratings ha analizzato in un report consultato in anteprima da milanofinanza.it le commissioni di 179 comparti disponibili per investitori europei: 102 azionari, 68 a reddito fisso e nove multi-asset. E la risposta è affermativa: gli Etf attivi riescono effettivamente a mantenere commissioni ragionevoli, seppur più alte dei fondi-indice passivi.
Uno dei maggiori vantaggi degli Etf attivi, scrive lo studio, «è costituito proprio dalle basse commissioni». Questo potrebbe sembrare un paradosso, perché la gestione attiva (finalizzata a cercare extra-performance rispetto al mercato) implica necessariamente un lavoro di analisi e selezione dei titoli che quella passiva non è tenuta a effettuare.
E infatti, a ben guardare, «nonostante siano ben più economici dei fondi comuni, in media gli Etf attivi non riescono a eguagliare i passivi». In media, gli Etf attivi azionari hanno un ter (total-expense-ratio) annuo dello 0,42%, con picchi dello 0,99% e minimi dello 0,05%. Per gli obbligazionari si passa allo 0,28% medio (minimo 0,04%, massimo 0,75%), mentre per i multi-asset la media è di 38 punti base, con punte di 85 e minimi di 25. In generale, gli Etf passivi azionari si attestano intorno allo 0,2%, quelli obbligazionari allo 0,1%.
Scope Ratings però allarga il livello di analisi, e va a individuare tre tipologie di Etf attivi, ognuna caratterizzata da un diverso grado di scostamento rispetto al mercato (e quindi da costi differenti).
Si parte con i constrained active, la categoria più numerosa e quella che ha dato effettivamente origine a questi prodotti. Qui i gestori hanno abbastanza le mani legate: possono solo sovrappesare o sottopesare leggermente i titoli in portafoglio rispetto al benchmark. L’obiettivo di tracking error (differenza di performance rispetto all’indice di riferimento) per questo tipo di prodotti è generalmente inferiore al 2%: va da sé che le commissioni sono più basse, nell’ordine dello 0,2%. Gli investitori, spiega Scope, li usano come alternative agli Etf passivi, per provare a conquistare una piccola extra-performance ma senza rischi (e spese) eccessivi.
Si passa poi agli attivi core: sono ancora gestiti con un’attenzione al benchmark di riferimento, ma si caratterizzano per posizioni attive più marcate e obiettivi di tracking error più elevati rispetto ai constrained.
Un esempio fatto da Scoper Ratings è l’Invesco Global Active Esg Equity, che presenta un tracking error target compreso tra il 2% e il 4% rispetto al benchmark, l’indice globale Msci World. In questo caso i costi crescono, ma non di molto: la media è dello 0,3%, solo leggermente più costosi dei constrained.
E infine ci sono gli attivi ad alta convinzione. Ci rientrano i comparti tematici, come gli Etf della società Ark del supergestore Cathie Wood, ma anche veicoli più generalisti come lo Janus Henderson Pan European High Conviction Equity, lanciato nel novembre del 2024. L’obiettivo di questi Etf è battere il mercato costruendo un portafoglio concentrato di titoli, seguendo le convinzioni dei gestori e senza vincolarsi a un benchmark.
Questi Etf attivi sono, va da sé, i più costosi, con commissioni medie nell’ordine dello 0,5% e massime di quasi l’1%. Non sono prodotti economici, certo: ma se si considera che per i fondi comuni strategie simili possono arrivare anche al 2%, la sfida delle commissioni è vinta. Bisognerà poi vedere se i gestori saranno in grado di vincere quella delle performance. (riproduzione riservata)