«Un’occasione unica per l’Italia che consentirà di creare una piattaforma globale, leader in Europa per ricavi, capace di competere con i grandi gestori mondiali. Risparmio degli italiani ai francesi? È una bufala, resterà in Italia e non cambierà nulla nelle decisioni della compagnia. Asset allocation e tutti gli investimenti sopra i 250 milioni di euro continueranno a dover esser approvati dal cda di Generali».
Con queste parole il ceo del Leone, Philippe Donnet, ha presentato al mercato l’operazione che dovrà data vita alla joint venture nell’asset managemet tra la compagnia e Natixis IM (controllata da Bpce) che vede però l’opposizione dei grandi soci privati: Francesco Gaetano Caltagirone da una parte, azionista con il 6,9% e la Delfin della famiglia Del Vecchio dall’altra, che del gruppo ha il 9,9%, nell’operazione vedrebbero proprio i rischi di una fuga all’estero del risparmio nazionale.
Fra i due grandi azionisti però bisogna fare dei distinguo. Se Caltagirone è fortemente contrario, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza nella holding dei Del Vecchio il presidente Francesco Milleri intende invece prendersi ancora del tempo per formulare un giudizio definitivo. Il motivo? Capire bene le evoluzioni di quello che al momento è soltanto un memorandum non vincolante. La posizione in Delfin rimane attendista: la holding lussemburghese esaminerà come saranno scritte le regole che fisseranno in concreto il funzionamento della newco e i rapporti fra Generali e Natixis.
Il Leone resterà proprietario dei suoi asset che conferirà tramite Generali Investment Holding (Gih), con la newco che avrà 1.900 miliardi in gestione, per un valore di 9,5 miliardi, con 4,1 miliardi di ricavi e 700 milioni di utile netto (guardando ai valori pro forma del 2023). Donnet ha confermato che per i primi cinque anni il ceo sarà Woody Bradford, l’attuale ad di Gih. Bradford potrà essere rinnovato per altri cinque anni al raggiungimento di specifici risultati. La joint venture sarà partecipata in egual misura, al 50%, nonostante Generali apporterà poco meno di 700 miliardi di masse in gestione, rispetto ai 1.200 miliardi dei partner francesi. Una distanza che si riduce però se si guarda al fatturato e, ancor di più, all’utile netto.
In ogni caso, nei primi due anni della joint venture, sono previsti degli aggiustamenti per allineare i valori dell’operazione tra i due partner: per Bpce ci sarà la distribuzione preferenziale del dividendo sia nel 2026 sia nel 2027 per 125 milioni l'anno. Mentre Generali non avrà cedole, ma beneficerà nello stesso periodo del rimborso del prestito di circa 230 milioni utilizzato da Gih per finanziare l'acquisizione (appena annunciata) del 77% dell'asset manager americano Mgg, per un valore complessivo di 320 milioni. Passati i due anni non ci saranno più differenze e dalla joinbt venture sono attese 210 milioni di sinergie lorde, per 170 milioni da costo (efficienze o maggiore scala per It) e per 40 milioni da ricavo (internalizzazione dei mandati o maggiore cross-selling).
Generali ha anche aggiunto l’impegno ad allocare 15 miliardi di euro di asset in gestione per avviare o accelerare le società affiliate parte della piattaforma. Resta da vedere quale sarà la reazione del governo Meloni che potrebbe usare il golden power. «Esecutivo e autorità sono state informate in tempo. L’operazione che ora entra nel vivo (closing previsto a inizio 2026, ndr) non sarà una sorpresa», ha detto Donnet. Ieri non sono mancati commenti di politici che chiedono chiarimenti, da Andrea de Bertoldi (Gruppo Misto) al senatore M5s Mario Turco. Piazza Affari è stata piuttosto fredda sull’operazione: negativo per tutta la seduta, il titolo Generali ha chiuso in calo dello 0,82% a 29,19 euro. (riproduzione riservata)