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Il risiko dei supermercati: come cambia il settore della gdo in Italia. Che guarda anche allo sbarco in borsa
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Il risiko dei supermercati: come cambia il settore della gdo in Italia. Che guarda anche allo sbarco in borsa

29 maggio 2026, 20:12 Ultimo aggiornamento: 01 giugno 2026, 15:08

Dalle mosse della quotata Newprinces su Carrefour Italia a Esselunga nel mirino dei fondi, dalle strategie delle coop e dei discount ecco come cambia la mappa della gdo. L’analisi di Mediobanca, i protagonisti

C’erano una volta le drogherie, che a seconda delle parti d’Italia prendevano il nome più familiare di botteghe o pizzicherie. Erano un caposaldo nei paesi. Come la chiesa o la farmacia. Poi i piccoli negozi di alimentari sono stati sostituiti dalla grande distribuzione organizzata (gdo). Ed è scoppiata una guerra fatta di offerte e quote di mercato.

Nuovi supermercati che aprono accanto ad altri supermercati e sopravvive solo chi riesce a imporsi. In base all’ultima analisi dell’Area Studi Mediobanca, nel 2024 le più importanti catene italiane del settore hanno fatturato un totale di 109 miliardi di euro (il mercato vale 137 miliardi), con una crescita del 5,5% rispetto al 2019. «La capacità dei retailer di confrontarsi con scelte spesso coraggiose, per cogliere le opportunità provenienti dalle nuove abitudini di consumo, e di intercettare un consumatore più attento ma meno fedele delineerà il prossimo scenario altamente competitivo della gdo nazionale», scrive Mediobanca nel rapporto. Abbastanza per spiegare il fermento che sta vivendo in questi ultimi mesi il settore.

Acquisizioni e vendite


Dopo che il gruppo Newprinces di Angelo Mastrolia ha acquistato i supermercati Carrefour in Italia per circa un miliardo (prenderanno il marchio Gs entro fine anno), sul mercato potrebbero crearsi nuove opportunità. Ad esempio Penny Market, discount del gruppo tedesco Rewe (100 miliardi di fatturato nel 2025), secondo alcune indiscrezioni potrebbe presto passare di mano nel nostro Paese e tra i possibili acquirenti si sono affacciati due concorrenti come Lidl e Aldi. Il gruppo ha però smentito questo scenario: «Confermiamo pienamente l’impegno nel mercato italiano, ritenuto strategico». Mentre la cooperativa emiliana Realco, da tempo in crisi e che nel 2024 aveva fatturato 268 milioni di euro, il 10 giugno andrà all’asta. Anche Esselunga, che nel 2025 ha registrato 9,5 miliardi di ricavi, triplicando l'utile a 163,8 milioni, è da tempo nel mirino di fondi come BC Partners, Cvc e Blackstone.

E nemmeno le coop stanno a guardare, meditando fusioni e strizzando l’occhio pure alla borsa se si creeranno le condizioni. «La distribuzione organizzata è stata finora il solo motore della crescita dimensionale del settore a prevalenza alimentare, seppure nella forma federativa che le è proprio. Grazie ad essa la quota di mercato dei primi 7 operatori nazionali è salita dal 52% del 2010 al 71% del 2025, e si ridurrebbe al 50% considerando le aziende in ottica stand alone. Ma quest’ultima osservazione lascia aperto l’interrogativo circa la modesta capacità della gdo italiana di promuovere aggregazioni organiche», spiega Gabriele Barbaresco, direttore dell’Area Studi Mediobanca. Quale futuro hanno allora le catene italiane?

L’universo Coop

L’universo Coop è la terza maggiore gdo in Italia. Con i suoi 16,6 miliardi di fatturato nel 2024 è dietro solo a Conad e Selex. «Il mondo della gdo, se si guardano solo le cifre, sembra in espansione. In realtà non è così», argomenta Ernesto Dalle Rive, presidente Ancc-Coop, l’associazione nazionale delle cooperative di consumatori Coop. Gli incrementi contengono una componente inflattiva importante, ma nell’ultimo periodo, ha rassicurato il presidente, la marginalità è in miglioramento in molte coop, anche perché «abbiamo attuato un recupero di efficienza e siamo volenterosi di dire la nostra sul mercato delle acquisizioni». «Noi ci vogliamo candidare a essere uno degli operatori che nei prossimi anni potranno avere un ruolo nel mercato delle acquisizioni, in quanto siamo imprese solide, ben patrimonializzate e con una buona gestione dei flussi finanziari. Possiamo solo essere un polo delle acquisizioni», aggiunge Dalle Rive.

Del mondo coop fa parte anche Coop Alleanza 3.0, la più grande cooperativa d'Italia, nata nel 2016 dalla fusione di Adriatica, Estense e Consumatori Nordest. Nel 2025 ha registrato vendite per quasi 5,9 miliardi, in crescita del 2,3% rispetto all'anno precedente, e utili per 38,5 milioni, il doppio rispetto ai 18 milioni del 2024. «Fare grande distribuzione come cooperativa dà ancora molte soddisfazioni perché si riesce unire il fare impresa alla visione sociale», commenta il presidente Domenico Livio Trombone. Il 2026 è partito meno brillante a causa della guerra in Medio Oriente. Lo scontrino medio è calato, ma il gruppo è convinto di chiudere l’anno sugli stessi livelli del precedente. E nel frattempo proseguono gli investimenti.

Dopo le aperture dello scorso anno, sono in programma nuove inaugurazioni e il completamento del piano di ristrutturazione dei punti vendita. «Gli esempi che abbiamo avuto negli ultimi anni ci dicono che fare gdo in Italia è complesso e uno dei motivi è la differenza degli assortimenti regione per regione. La nostra crescita oggi deve avvenire per linee esterne e guardiamo a possibili aggregazioni con catene di supermercati di medie e piccole dimensioni», conclude Trombone.

Il gruppo VeGè

Tra i sette maggiori gruppi della gdo c’è anche il gruppo VeGè, nato nel 1959 come unione volontaria e prima organizzazione italiana a utilizzare una forma di associazionismo basato sull’integrazione tra commercio all’ingrosso e dettaglio. Nel 2025 il gruppo ha registrato un fatturato di 16,28 miliardi, in aumento del 6,4% rispetto al 2019.

«La crescita dei ricavi non è dovuta soltanto all’inflazione. L’incremento è legato anche all’aumento delle vendite nel comparto home: la crescita dei costi della ristorazione ha spinto molte persone a trasferire la socialità tra le mura domestiche», dice Giorgio Santambrogio, amministratore delegato del gruppo VéGé. La tendenza è creare un polo di attrazione e l’entrata in borsa è parte integrante di questo processo. «Riguardo all’evoluzione, molti associati risentono ancora dell’imprinting del fondatore.

Oggi il passaggio gestionale alle seconde e terze generazioni rappresenta una fase cruciale e saranno proprio queste realtà a guardare con maggiore interesse alla borsa», afferma Santambrogio. Secondo l’ad di VéGé, quando il processo di concentrazione del mercato sarà più avanzato, ovvero con pochi grandi gruppi sopra il miliardo e mezzo di fatturato, «allora diventerà naturale iniziare a guardare ai mercati finanziari come ulteriore leva di sviluppo».

Il discount Lidl


Tra i discount che operano in Italia la catena tedesca Lidl si pone subito sotto Eurospin. Nel 2025 ha registrato 7,5 miliardi di ricavi negli 800 punti vendita presenti sul territorio nazionale. Ed entro il 2030 il gruppo prevede di tagliare il nastro del millesimo negozio. «Lidl Italia ha scelto da tempo una postura industriale di lungo periodo nel mercato della distribuzione moderna: investire sul territorio, puntare sul capitale umano, sostenere la filiera produttiva», spiega Martin Brandenburger, ceo di Lidl Italia.

Nei prossimi tre anni il gruppo è pronto a investire altri 1,5 miliardi per i nuovi punti vendita. Inoltre Lidl esporta 2,5 miliardi di prodotti agroalimentari italiani, pari al 4,8% dell'export nazionale di food & beverage, in cui l'ortofrutta pesa il 10,4%. «Una funzione di volano per il made in Italy che oggi rappresenta uno dei contributi più tangibili della distribuzione moderna italiana al sistema produttivo del Paese, in un comparto, quello agroalimentare, strategico per la bilancia commerciale», afferma Brandenburger. (riproduzione riservata)



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