Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale depotenziati? La crisi del diritto internazionale - e della sua branca che è il diritto umanitario - nonché delle istituzioni globali si manifesta anche negli spring meeting di Fmi e World Bank che si tengono Washington in questa settimana.
Un tempo queste riunioni di primavera campeggiavano nelle cronache per l'intera settimana in cui gli organismi si riunivano. Nella capitale americana confluivano banchieri e bancari da tutte le parti del mondo. Era un segno distintivo partecipare a queste riunioni.
Si attendevano poi i comunicati finali perché, pur essendo molto spesso bilanciati, davano alcuni importanti indirizzi. In particolare, le riunioni del Development Committee del Fondo e della Banca Mondiale - che in questa tornata si è riunito ieri - e dell’International Monetary and Financial Committee sono sempre state negli anni passati molto seguite.
Conoscendo lo scrupolo e la competenza con cui Banca d’Italia e il governatore Fabio Panetta (che interviene alle riunioni insieme con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti) preparano questa partecipazione, anche quest'anno leggeremo con attenzione i relativi interventi. Spesso per le sedute della Banca Mondiale il ministro delega il governatore a intervenire con un discorso anche per la parte di sua spettanza. Da questo punto di vista può comunque dirsi che i contenuti degli interventi vengono mantenuti ad alto livello.
Il fatto è che l’accennata crisi del diritto internazionale - conseguenza prima di una globalizzazione che si era voluta regolata il meno possibile e poi dell'esplosione dei sovranismi - trascina con sé anche le relative istituzioni, a cominciare da quelle costituite nel Dopoguerra, come il Fmi.
Il crepuscolo del multilateralismo e l’affermazione di una posizione solo apparentemente isolazionista degli Usa con la declamata dottrina Monroe, ironicamente trasformata in Donroe con riferimento a Trump, creano le premesse per un assetto multipolare con l’America che dovrebbe esserne al centro.
È la fine delle regole globali, ha detto Mario Draghi in un recente discorso, e l’economia è guidata dalla geopolitica. Gli Stati singoli tornano in primo piano. In questa nuova situazione non vi è posto per organismi globali (e non solo) indipendenti. Si veda quel che accade nei rapporti tra l'Amministrazione americana e la Fed.
Oggi pensare a un’evoluzione del Fondo Monetario Internazionale in un organismo preposto al monitoraggio e al controllo della liquidità internazionale, come si era originariamente pensato a Bretton Woods, fino all’emissione di una banconota globale (il Bancor), sarebbe utopistico.
Da un’istituzione come il Fondo oggi ci si attenderebbe una dura posizione di contrasto, per esempio, dei dazi americani e prima ancora di ciò che le guerre provocano. Eppure i toni sono attutiti e ci si sente verosimilmente costretti a navigare nel porto.
Il diritto internazionale si avvia al crepuscolo non tanto e non solo perché non vi sono autorità e istituzioni in genere che impongano l'osservanza, per esempio, delle convenzioni, dei Trattati, del diritto positivo e di quello naturale, ma perché muta radicalmente la geopolitica, si apre una nuova fase che non registra neppure lo sviluppo di correnti dottrinarie, per non parlare di geni, quali De Vitoria e Grozio, fondatori dello ius gentium.
Quando passerà questa ondata soprattutto trumpiana - assimilabile a quella che Benedetto Croce definiva, con riferimento al fascismo, l’era degli Ixos - bisognerà ricostruire sulle macerie, compiere un’opera costituente e di rilancio delle istituzioni globali, a partire dal Fondo Monetario e dall'Organizzazione Mondiale del Commercio, nonché dagli accordi e dalle istituzioni da cui gli Usa sono usciti, come quelli sull'ambiente e sulla sanità, per non parlare dei sostegni alle ong. Dalle riunioni di questi giorni vengono indicazioni ormai standard; la crisi si accentuerà, no a sussidi pubblici, no ad aumenti dei tassi, pazienza e ponderazione nelle politiche. Leggeremo gli atti. (riproduzione riservata)