Se la storia è maestra di vita, quella di Acciaierie d’Italia insegna che una quota pubblica può fare la differenza all’interno di un’azienda privata. Soprattutto quando l’azienda in questione è di rilevanza nazionale e va verso il fallimento. Per questo e altri motivi, i sindacati chiedono la presenza diretta dello Stato nella nuova Ilva.
L’ultimo appello è di Loris Scarpa, coordinatore siderurgia della Fiom Nazionale, che parlando dalla sede della Cgil di Taranto sollecita il governo a esserci nella nuova compagine sociale di Acciaierie d’Italia: «Lo Stato deve intervenire come elemento di garanzia, sia sui temi occupazionali sia su quelli della decarbonizzazione».
In attesa di un nuovo proprietario, l’esecutivo continua a garantire l’operatività dell’ex Ilva. Nel pomeriggio di giovedì 23 gennaio, il Consiglio dei Ministri ha deliberato lo stanziamento di 250 milioni di euro per Acciaierie d’Italia. Una somma necessaria perché gli asset continuino a operare fino al completamento delle procedure di assegnazione.
Il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente Giorgia Meloni, del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, ha approvato un decreto-legge che introduce misure urgenti per assicurare la continuità produttiva ed occupazionale degli impianti ex Ilva.
Nelle more della procedura di gara finalizzata alla definitiva cessione a terzi del compendio aziendale, si legge nella nota di Palazzo Chigi, le norme introdotte ampliano, portandola da 150 a 400 milioni, la facoltà di utilizzo a fini di continuità produttiva del patrimonio già destinato a finalità di ripristino ambientale.
Non è mistero che anche i grandi pretendenti del polo tarantino vorrebbero lo Stato italiano come partner. In particolare a spingere in questa direzione ci sarebbe la cordata azera (composta da Baku Steel Company e Azerbaijan Investment Company) e gli indiani di Jindal Steel International. Il governo sembra però restio a farsi tirare per la maglietta. O almeno questa è la linea che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, continua a tenere, descrivendo come «fallimentare» l’esperienza dello Stato in Acciaierie d’Italia.
Al momento la certezza è che tra Stato e acquirenti si è aperta una fase di trattativa. I termini per presentare le offerte vincolanti per acquisire l’ex Ilva sono infatti scaduti lo scorso 10 gennaio. La certezza è che i tre commissari straordinari, Giovanni Fiori, Davide Tabarelli e Giancarlo Quaranta, hanno aperto un’ulteriore fase di trattativa che fissa al 31 gennaio la data ultima per un rilancio delle offerte.
Le proposte arrivate sono risultate al di sotto delle stime, con la più consistente riconducibile alla cordata azera, guidata da Baku Steel, di circa 500 milioni di euro. Al secondo posto si posiziona l’offerta di Jindal. Nulla esclude che, fino al 31 gennaio, le carte vengano rimescolate. Sicuramente è quanto auspicano le parti coinvolte, anche se in direzioni diverse. (riproduzione riservata)