Chiudere il cerchio esattamente un anno dopo. Sembra questa la narrativa a cui ambisce il governo Meloni. Probabilmente anche per questo sono stati organizzati ben due vertici sul dossier Ilva: il primo in via Veneto, nel dicastero di Adolfo Urso, e il secondo direttamente a Palazzo Chigi.
Era il 27 febbraio del 2024 quando il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, recatosi all’alba in visita agli stabilimenti di Taranto, aveva annunciato la messa in amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia. La volontà sembra quella di annunciare il nuovo proprietario del polo siderurgico un anno dopo: il 27 febbraio 2025.
Ma il condizionale è d’obbligo visto che non tutti i nodi sono venuti al pettine. Primo fra tutti la presenza o l’assenza dello Stato nella nuova compagine sociale. Anche per questo la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non è attesa al tavolo di mercoledì 26 a Palazzo Chigi.
Nel pomeriggio del 25 febbraio i tre commissari straordinari – a cui dieci mesi fa è stato affidato il compito di tenere in vita l’ex Ilva, realizzare un piano di rilancio e valutare i profili dei potenziali acquirenti– sono attesi in via Veneto per fare il punto sulle offerte con il ministro del Made in Italy.
Con un’offerta di circa 1 miliardo di euro (per asset e magazzino), la cordata azera, composta da Baku Steel Company e Azerbaijan Investment Company, sarebbe ancora in vantaggio. Al contrario del fondo americano Bedrock, che non ha rilanciato dopo la riapertura dei termini, gli indiani di Jindal Steel International dovrebbero aver ritoccato la proposta in extremis aumentandola. In ogni caso, si tratta di cifre ben lontane dagli 1,8 miliardi sborsati da ArcelorMittal nel lontano 2018.
Fuori dal perimetro economico, Jindal ha presentato un piano industriale forte e molto allineato all’obiettivo di decarbonizzazione dell’Ilva. Situazione diversa per Baku: gruppo più piccolo ma proveniente, appunto, dall’Azerbaijan. Un Paese con cui l’Italia fa grossi affari, soprattutto in ambito energetico (si pensi al gasdotto Tap). Ed è proprio l’energia l’asso nella manica del gruppo: secondo alcune indiscrezioni, se la cordata azera dovesse aggiudicarsi la gara, potrebbe investire anche in un rigassificatore da posizionare al largo del golfo tarantino.
Nel secondo vertice, sarà di vitale importanza definire il ruolo dello Stato nella compagine sociale della nuova Acciaierie d’Italia. Pur avendo escluso a più riprese la presenza dello Stato nella società, il ministro Urso la scorsa settimana ha fatto un dietrofront, aprendo a una valutazione in virtù delle richieste dei sindacati e del contenuto dei piani industriali.
Avanza di pari passo l’ipotesi che ad affiancare il nuovo proprietario possa essere nuovamente Invitalia, forte dell’esperienza accumulata nella precedente gestione. Ma anche qui, il condizionale è d’obbligo.
Quel che è certo è che la presenza dello Stato in Acciaierie d’Italia può rappresentare un valore solo all’interno di un quadro in cui sono chiare le condizioni, i ruoli e le rispettive responsabilità gestionali e finanziarie. Non sono percorribili dunque ipotesi diverse, che ripetano le negative esperienze del passato nella relazione sperequata in favore del socio privato. (riproduzione riservata)