Piazza Affari sta vivendo una rivoluzione silenziosa: non sono più le ipo a fare notizia ma gli Etf. In meno di dieci mesi quest’anno sono arrivati 207 nuovi prodotti, più di quanti se ne sono visti in tutto il 2024. La prima quotazione, datata 14 gennaio, è stata quella di un prodotto passivo di Wisdomtree sui metalli necessari per la transizione energetica. Le ultime, giovedì 9 ottobre, hanno riguardato quattro Etf: due attivi sulle azioni Usa, targati Fidelity, e due di Fideuram sulle materie prime.
Il dato fa ancora più rumore se confrontato con il numero di offerte pubbliche iniziali: zero sul mercato principale, 16 sul mercato Egm delle piccole e medie imprese. Borsa Italiana, in buona sostanza, è diventata un mercato per quotare fondi di investimento. E le società di gestione vedono nell’Italia un terreno fertile da presidiare, oltre che un laboratorio per esplorare nuove nicchie di mercato.
Gli Etp (Exchange-Traded-Products, la macro-categoria che comprende anche gli Etf) quotati in Italia sono oltre 2 mila sui 3.400 totali del gruppo Euronext, di cui Borsa Italiana fa parte. D’altronde questi fondi quotati offrono una soluzione proprio al problema strutturale del risparmio italiano: i costi troppo alti dei prodotti di investimento.
Lo European Fund Fee Study di Morningstar, analisi sull’evoluzione dal 2015 a giugno 2025 dei costi di 40 mila fondi attivi e dei passivi nel continente, mostra che l’Italia ha le commissioni medie per i fondi attivi più alte di tutto il continente: 1,42%. Il dato è peraltro in calo rispetto a dieci anni fa, quando era a un passo dall’1,5%. E questo, spiega la società di rating e analisi finanziaria, è proprio un effetto della concorrenza dei fondi passivi a basso costo. Ma nel resto d’Europa la discesa dei costi è stata ben più marcata: dall’1,4% all’1,17%.
Gli Etf sbarcati quest’anno a Piazza Affari non sono più soltanto i tradizionali fondi-indice passivi, caratterizzati da repliche di indici ampi e diversificati (come l’S&P 500 o l’Msci World) e costi irrisori, pari anche allo 0,03% o 0,05% annuo. Ora il mercato sta diventando più sofisticato e per le società di gestione ciò significa avere un certo margine per esplorare nicchie ancora poco battute dai grandi indici e provare a sfruttarne eventuali inefficienze per generare extra-performance.
Un’idea che fa storcere il naso ai puristi dell’investimento passivo tradizionale ma che sta facendo sempre più breccia nei portafogli, in quelli più sofisticati come in quelli individuali.
La manifestazione più evidente del fenomeno è il fermento degli Etf attivi, prodotti gestiti secondo logiche di stock picking (come i tradizionali fondi comuni) ma con le caratteristiche di liquidità e trasparenza proprie dei fondi-indice passivi. Dei 30 Etf quotati su Borsa Italiana da settembre quasi la metà è attiva. E da inizio anno la quota di debutti di comparti attivi sul totale è superiore al 40%.
Nati come un prodotto di nicchia per investitori sofisticati, questi Etf ormai entrano anche nei portafogli retail. In Europa hanno superato i 70 miliardi di dollari di asset in gestione, più che raddoppiando il valore da inizio 2024, e secondo gli investitori professionali chiamati in causa da un sondaggio di Janus Henderson si potrebbe arrivare ai 1.000 miliardi entro il 2030.
Intorno agli Etf attivi c’è un serrato dibattito: perché snaturare così tanto un prodotto di investimento (il tradizionale Etf indicizzato) nato per garantire un’esposizione al mercato diversificata e a basso costo?
Da un lato, i sostenitori dello strumento dicono che gli Etf attivi, rimuovendo un passaggio della catena di vendita (la distribuzione bancaria o tramite reti) e garantendo al contempo una liquidità elevata, possono permettersi di tenere sotto controllo i costi.
E infatti tra i 252 Etf attivi censiti dal portale JustEtf e disponibili per investitori europei, pressoché nessuno ha un total-expense-ratio (ter, cioè le commissioni annue) superiore all’1%.
Dall’altro lato, i detrattori dicono che cambiare il contenitore in cui si va ad applicare la gestione attiva non cambia il dato di fatto per cui lo stock picking fa sempre più fatica a battere la replica passiva di un indice di mercato. Non a caso in un recente studio Morningstar ha calcolato che in Europa nell’ultimo anno solo il 29% dei fondi azionari attivi ha battuto i corrispettivi Etf. Per questo Kenneth Lamont, ricercatore senior della società di analisi, ha di recente scritto in un report che «se la gestione attiva sta sottoperformando in un tradizionale fondo comune di investimento, trasferirla in un Etf probabilmente non cambierà la situazione».
C’è però un altro motivo per cui gli Etf attivi piacciono tanto alle case di gestione: dati storici alla mano, ci sono alcuni segmenti di mercato in cui selezionare i titoli (siano essi azioni o bond) può davvero fare la differenza rispetto a replicare passivamente un indice. Un caso di scuola è quello delle obbligazioni societarie, dove i grandi indici tendono a includere solo una fetta dell’universo investibile (in genere non superiore al 50%) e le obbligazioni con rating più elevato (quindi meno rischiose e potenzialmente meno redditizie).
Solo nell’ultimo mese e mezzo, ad esempio, sono sbarcati a Piazza Affari due Etf attivi sulle collateralized loan obligations (clo), strumenti di debito provenienti da operazioni di cartolarizzazione in cui il portafoglio sottostante è composto da prestiti bancari. Ma ci sono anche Etf attivi che esplorano il mercato dei bond più tradizionale: Pimco, ad esempio, ha quotato a inizio settembre un comparto a gestione attiva che investe in obbligazioni a tasso fisso denominate in euro ad alto merito creditizio (investment grade).
In generale, presidiare le borse con la gestione attiva e generare un extra-rendimento è più complesso che farlo con i bond, perché gli indici azionari tendono a essere più rappresentativi dell’intero universo investibile rispetto ai comparti a reddito fisso. Per questo le proposte di Etf attivi che stanno sbarcando sul mercato nelle ultime settimane cercano di approcciare il mercato da angolazioni particolari: per esempio con un approccio multi-fattoriale oppure con meccanismi che possono aiutare a tenere sotto controllo la volatilità e le perdite.
Un caso interessante è quello di iShares (BlackRock), che lo scorso 3 ottobre ha portato in borsa a Milano due Etf attivi sulle azioni Usa ma con protezione dalle perdite (parziale o totale) di un paniere di titoli selezionati all’interno dell’S&P 500: quello che nei nomi dei due comparti viene indicato come buffer.
In questo panorama sempre più complesso c’è ancora spazio per i fondi-indice passivi tradizionali? La risposta è affermativa: il 2025 verrà ricordato, ad esempio, come l’anno del debutto, avvenuto a metà febbraio, dello Scalable Msci Ac World Xtrackers. Il comparto, costruito in tandem dalla neobank Scalable Capital e dalla società di gestione Dws (gruppo Deutsche Bank), è il primo del suo genere a prevedere un modello di replica ibrida (un mix tra fisico e sintetico) dei sottostanti e fino al 10 dicembre ha commissioni completamente azzerate.
Anche nell’universo degli Etf passivi però le società di gestione stanno esplorando nuovi indici da replicare: è il caso ancora una volta di iShares, che a fine settembre ha portato sul mercato un comparto che replica un indice di soli bond high yield fallen angel, cioè società che sono state declassate dalle agenzie di rating al di sotto dell’investment grade. Oppure di Global X, che a metà settembre ha quotato a Piazza Affari lo European Superdividend, che replica un indice di soli titoli del Vecchio Continente ad alto dividendo e che distribuisce le cedole ogni mese.
Solo nell'ultimo mese e mezzo hanno debuttato a Piazza Affari ben tre Etf a gestione attiva che fanno parte della categoria dei comparti multi-fattoriali. Al di là del nome che può evocare sofisticati meccanismi di investimento per addetti ai lavori, questi prodotti non fanno altro che combinare tra loro alcuni tra i più celebri stili di investimento: dal value di Warren Buffett al momentum fino all'investimento in società a piccola capitalizzazione. In altre parole, i fattori: caratteristiche delle società quotate che permettono di accorparle in macro-categorie (sulla base di dimensioni, fondamentali di bilancio, trend di mercato) che a loro volta, sulla base di backtest e ricerche accademiche, hanno dimostrato di essere state in grado in passato di generare extra-rendimenti rispetto al mercato nel suo complesso.
Sempre più apprezzati anche dai consulenti, i fattori rappresentano una frontiera molto interessante per le società di gestione, che cercano, combinandoli tra loro, di riuscire a generare performance superiori rispetto ai benchmark di riferimento (in termini tecnici, l’alpha).
La ricerca accademica e di mercato ha individuato essenzialmente cinque fattori: value (più una società è sottovalutata e più può crescere, come dice anche Buffett), quality (le aziende con fondamentali solidi tendono ad avere nel lungo periodo andamenti in borsa migliori), momentum (i titoli che stanno vivendo un solido trend di crescita possono continuare a sovraperformare il mercato), size (le small cap nel lungo periodo tendono a crescere più delle large cap) e low volatility (minore è la volatilità di un titolo, maggiore può essere la sua performance). Alcuni analisti e accademici includono tra i fattori anche gli alti dividendi come fattore di extra-performance, ma non c’è unanimità di vedute su questo punto.
Perché combinare questi fattori insieme? Varie ricerche hanno dimostrato che un approccio multi-fattoriale è in grado di resistere meglio nelle diverse fasi del ciclo economico e di mercato. Ad esempio, il quality fa meglio quando c’è recessione, il momentum quando le borse corrono, il low volatility quando i mercati sono irrequieti.
Ecco allora che, vista l’incertezza attuale, si spiega la proliferazione di Etf multi-fattoriali. Tra gli ultimi sbarcati a Piazza Affari (tutti a gestione attiva) ce n’è ad esempio uno di Schroders che seleziona titoli globali in base ai fattori quality e value. Un altro, portato sul mercato da Invesco, seleziona le aziende quotate tra i mercati emergenti, mixando i fattori value, quality e momentum. E un altro ancora, sempre di Invesco, segue lo stesso approccio ma con le azioni europee.
Ma, dati storici alla mano, un approccio multi-fattoriale avrebbe premiato negli ultimi anni? MF-Milano Finanza ha simulato con Curvo un modello a tre fattori equiponderati, gli stessi proposti da Invesco nei suoi comparti, costruito con Etf fattoriali passivi globali. Dal 1999 a oggi questo portafoglio avrebbe reso l’8,52% annuo contro il 6,79% di un indice diversificato sulle azioni globali. E anche con una volatilità leggermente più bassa. Ma il futuro, si sa, non si può prevedere. (riproduzione riservata)