L’ultima quotazione di quest’anno in ordine di tempo è stata quella di un prodotto passivo sui bond dell’Arabia Saudita, targato Spdr (State Street). La prima, il 14 gennaio, è stata la campanella suonata da WisdomTree: un replicante, anch’esso passivo, sulle materie prime metalliche legate alla transizione energetica. Basterebbero questi due esempi per riassumere il fermento che c’è in Borsa Italiana sul mercato degli Etf: in meno di due mesi sono entrati in negoziazione 43 basket, di cui 18 a gestione attiva. Si tratta di un valore più che raddoppiato rispetto ai primi due mesi del 2024, quando le nuove quotazioni di Etf erano state 20.
Nella rosa delle new entry si trova di tutto e di più: dall’Etf sulle azioni globali lanciato da Xtrackers (gruppo Dws, quindi Deutsche Bank) in sinergia con il broker regolamentato Scalable Capital, che per il primo anno dal lancio azzera completamente le commissioni (espresse dall’indicatore ter, total-expense-ratio), a quello di Invesco sui titoli dell’S&P 500 impegnati nella lotta al cambiamento climatico. In mezzo, una valanga di comparti a gestione attiva, prevalentemente obbligazionari, a cominciare da un Etf attivo di Janus Henderson (il primo in questa specifica categoria) sul debito collateralizzato europeo ad alto rating.
La morale della storia è abbastanza semplice: le case di gestione stanno facendo a gara nel presidiare il mercato, sia con prodotti generalisti, semplici e a basso costo che strizzano l’occhio in maniera esplicita ai giovani investitori, sia con prodotti di nicchia, ideali per diverisificare portafogli evoluti.
D’altronde, il rapporto tra italiani ed Etf è ancora abbastanza tiepido e questi prodotti di risparmio gestito (vuoi per le difficoltà del fai-da-te, vuoi per la predilezione del retail verso i titoli di Stato certificata anche dall’ultima emissione di Btp Più) restano ancora «questi sconosciuti», come riassume in maniera emblematica l’indagine 2024 sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani di Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi. Numeri alla mano, il tasso d’adozione degli Etf tra gli italiani è ancora particolarmente contenuto: a investirci è solo il 3,9% dei risparmiatori (contro il 13,8% dei possessori di fondi comuni), quota che passa al 5,2% tra gli uomini e scivola a un impietoso 2,4% tra le donne.
Al contempo, l’avvicinamento dei giovani agli Etf (facendo leva sui costi più bassi di questi prodotti) procede ancora a singhiozzo: solo il 3,3% degli investitori tra 25 e 34 anni possiede questi prodotti, percentuale che passa al 6,9% per la fascia d’età 45-54 anni.
Se questo è il punto di partenza, è evidente come per le case di gestione ci sia una prateria immensa da esplorare. Anche perché in Europa il terreno è più fertile che mai. Da una recente analisi di Amundi (il principale provider europeo di Etf) è emerso che nel primo mese di quest’anno i risparmiatori europei hanno investito 28,8 miliardi di euro in Etf, attestando questo gennaio come il migliore di sempre, con quasi un miliardo di euro di allocazioni al giorno. Si tratta peraltro di un aumento significativo (+42%) rispetto ai 20,2 miliardi raccolti a gennaio 2024.
Un mercato potenzialmente immenso, che le reti di consulenza non possono (né vogliono) lasciarsi sfuggire. Nel 2024 sugli Etf è confluito il 7% della raccolta delle associate ad Assoreti, circa 3,6 miliardi di euro: non troppo distante dal 10% delle gestioni patrimoniali, e sensibilmente più rispetto alle azioni, ferme a un misero 1,4%.
D’altronde, il vecchio assioma per cui il consulente vende i prodotti su cui riceve le commissioni più alte sta progressivamente perdendo mordente, a scapito del modello sempre più diffuso di consulenza a parcella: si paga il servizio offerto, non più (o meglio, non solo) il prodotto venduto. Questo significa che per non perdere clienti i consulenti sono spinti a offrire il prodotto più efficiente, con un’attenzione particolare anche ai costi. Un’indagine condotta da Anasf, l’associazione di categoria dei consulenti finanziari, ha mostrato come ormai il binomio Etf-certificati sia una delle categorie di prodotto (fondi esclusi) più consigliata alla clientela, seconda solo ai titoli di Stato ma molto più di diffusa di azioni e obbligazioni non sovrane. Quando il monitoraggio degli Etf è iniziato, nel 2020, questi prodotti di investimento erano addirittura la prima scelta: all’epoca, non va dimenticato, la Bce era ancora iper-espansiva, i rendimenti obbligazionari erano a zero (o anche sotto) e Btp e simili erano praticamente fuori dai radar di consulenti e investitori.
Sicuramente a monopolizzare le cronache sugli Etf di questo inizio di 2025 è l’ondata di quotazioni di Etf attivi che, solo in Borsa Italiana, sono stati ben 18, con ampio focus sul mercato obbligazionario. In Europa le masse di questi prodotti ibridi, che negli Stati Uniti hanno fatto il botto anche grazie ai vantaggi fiscali connessi (vantaggi che in Ue non sono stati estesi), sono ancora marginali. Morningstar a fine 2024 censiva un patrimonio di 54 miliardi di euro allocati in Etf attivi: una goccia nell’oceano, se si considera che gli Etf passivi sono arrivati sopra i 2 mila miliardi, il 15,5% del mercato complessivo.
Pensati per coniugare le caratteristiche degli Etf (trasparenza, bassi costi, flessibilità) e i vantaggi in termini di rendimento della gestione attiva, per il ricercatore senior di Morningstar, Kenneth Lamont, questi prodotti rischiano di «ridurre i benefici di trasparenza e costi, mentre quello di flessibilità non è un grande vantaggio per la maggior parte degli investitori di lungo periodo che non si preoccupano, ad esempio, di vendere allo scoperto un fondo». Il giudizio dell’analista è drastico: «Se la gestione attiva sta sottoperformando in un tradizionale fondo comune di investimento, trasferirla in un Etf probabilmente non cambierà la situazione». C’è però chi, in questo scenario, sta cercando nicchie in cui gli Etf attivi possono davvero fare la differenza: ad esempio nel mercato delle obbligazioni societarie, asset class gettonatissima dai fornitori di Etf attivi, visto che i bond corporate sono per natura meno efficienti (e quindi più complessi da replicare con gli indici) sia rispetto all’azionario sia ai titoli di Stato.
A livello di mercato azionario invece gli Etf hanno ormai spiccato il volo, soprattutto nelle loro versioni più generaliste come quelle che replicano indici ampi e diversificati, a cominciare dal mercato azionario per antonomasia: l’S&P 500. È di questa settimana la notizia secondo cui l’Etf sull’indice delle grandi capitalizzazioni Usa di Vanguard, lanciato nel 2010, è diventato il più grande del mondo, superando i 632 miliardi di dollari di masse in gestione e togliendo dal primo gradino del podio lo storico Spdr S&P 500 di State Street, il primo Etf americano datato 1993. La chiave, secondo gli analisti del mercato, è quella dei costi: «Vanguard è riuscita a scalzare State Street grazie a un vantaggio chiave», commenta Gabriel Debach, market analyst di eToro. «È più economico: l’Etf di Vanguard ha un ter di appena 0,03%, quello di State Street è fermo a 0,0945%. Una differenza apparentemente minima, ma che nel lungo termine si traduce in rendimenti migliori». Parentesi a margine: nel mercato Europeo i rapporti di forza sono invertiti. L’Etf di Vanguard ha costi dello 0,07%, quello di State Street dello 0,03%.
La varietà d’offerta si traduce anche nelle performance degli Etf di questo inizio di anno. Un 2025 sempre più dominato dai prodotti tematici, come conferma l’approdo al miliardo di dollari di masse dell’Etf passivo di Hanetf Future of Defence, focalizzato sulle spese di difesa e cybersicurezza dei Paesi Nato e dei loro alleati. Il comparto, quotato anche in Borsa Italiana, dal lancio avvenuto nel 2023 rende l’87%, e nel 2025 sta guadagnando più del 16%.
Ma c’è chi fa anche meglio: la tabella in basso classifica per performance i primi 10 Etf azionari disponibili per gli investitori europei (quindi dotati del passaporto Ucits), censiti dal portale specializzato JustEtf. Il primo per rendimento è un Etf a gestione attiva, l’Ark Genomic Revolution di Ark Invest (+28,4%), la casa di gestione del supergestore Cathie Wood. Si tratta di un comparto piccolo (8 milioni di euro le sue dimensioni), con 35 partecipazioni e un ter dello 0,75%, che come suggerisce il nome cerca di scovare i futuri campioni nella nicchia della genomica. La scommessa più grande (9,2% del portafoglio) è quella in Twist Bioscience, società quotata al Nasdaq da 2,7 miliardi di dollari di capitalizzazione.
Sono passivi invece tutti gli altri Etf in graduatoria: si va da un comparto di L&G sulle società estrattrici di oro (un modo indiretto per investire nel rally del lingotto), che nell’ultimo anno è cresciuto del 78%, a un fondo-indice di Hsbc sul tech cinese, passando per un Etf di Global X sulla telemedicina e la sanità digitale. In top 10 ci sono infine le banche europee, protagoniste della grande stagione del risiko: l’Etf Euro Stoxx Banks 30-15 di iShares-BlackRock da inizio anno rende il 22,4%. Gli istituti che pesano di più nell’asset allocation? Santander, Bnp Paribas, Unicredit e Intesa Sanpaolo.
Che succederebbe se, in un futuro ipotetico, la diffusione degli Etf fosse così estesa da soppiantare completamente i fondi attivi? Il mercato, paradossalmente, potrebbe non avere più senso di esistere. A porsi la domanda sono stati gli esperti di Intesa Sanpaolo e del Centro Einaudi nell’indagine del 2024 sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani. «Per quanto quello corrente sembri un momento di espansione per i vari tipi di Etf», recita il rapporto, «esistono ragioni per consigliarne una diffusione non eccessiva».
Il ragionamento di partenza è di tipo macroeconomico: «Il mercato finanziario», spiega lo studio, «vota per le imprese a cui affidare i fondi da investire». Se in questo ipotetico mercato del futuro non ci fossero più gestori attivi, ma solo fondi-indice passivi, ogni società «riceverebbe fondi in funzione del suo peso nell’indice, non in funzione del suo merito». Ci sarebbe quindi una duplice conseguenza negativa. Da una parte, il mercato si cristallizzerebbe di fatto nella situazione attuale: chi è più grande riceve più risorse di chi è più piccolo e non c’è modo di colmare il baratro. Dall’altra, «questo appiattimento dei giudizi rallenta la funzione del mercato di espellere chi produce un rendimento inferiore al costo del capitale». Qual è la logica conseguenza di questa riflessione? «Per l’efficienza del sistema finanziario», osservano da Intesa e Centro Einaudi, «è necessario che esistano investitori attivi e convinti, anche slegati dal benchmark». Sono i Warren Buffett, in buona sostanza, a definire con le loro scelte l’efficienza del mercato, facendo sì che le società crescano o perdano terreno in funzione dei loro bilanci, dei dividendi, della credibilità, e anche dei comportamenti non strettamente finanziari come quelli legati all’ambiente e alla sostenibilità sociale e di buona governance.
«È l’azione degli investitori attivi che orienta gli investimenti reali», ricorda lo studio, che poi formula anche un secondo avvertimento: «Gli algoritmi passivi costano poco, sono efficienti per chi li utilizza, richiedono più sapere finanziario in capo agli acquirenti, ma soprattutto non orientano gli investimenti reali». Alla fine, conclude il rapporto, «gli algoritmi fanno prevalere gli stili di investimento basati sul momentum, che è l’equivalente delle mode, ma gli investimenti basati sul momentum sono proprio quelli che producono le bolle».
Rimane il fatto che, statistiche alla mano, l’efficienza in termini di costi e di trasparenza degli Etf passivi è difficile da battere. E anche quella in termini di rendimento. Nel lungo periodo, ha svelato una ricerca di S&P, meno del 10% dei fondi attivi riesce a battere il mercato. Anche se si restringe l’orizzonte ai singoli anni, nella maggior parte dei casi i money manager che fanno meglio dei rispettivi benchmark sono in minoranza. Prendendo come riferimento i comparti attivi sulle large cap americane, nel 2023 solo il 40% ha battuto l’S&P 500, nel 2022 (anno nero per le borse, quindi teoricamente più facile per i gestori che cercano di battere il mercato) il 49%, nel 2021 (al contrario, un anno da record) appena il 15%. Per trovare l’ultimo anno in cui i gestori attivi hanno vinto bisogna tornare al 2009, in piena crisi finanziaria, quando il 52% dei comparti attivi ha battuto l’indice delle società a stelle e strisce a grande capitalizzazione. (riproduzione riservata)