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Etf, avete il giusto mix in portafoglio?
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Etf, ecco come capire se avete il giusto mix in portafoglio tra passivi, tematici e attivi

di Marco Capponi e Jole Saggese
31 ottobre 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 01 novembre 2025, 11:57

Tra replicanti passivi, comparti attivi e tematici l’offerta di prodotti quotati è sempre più vasta e complessa. Ecco come dosarla in portafoglio e come combinarla con i fondi comuni. Il forum tra quattro gestori

La corsa senza sosta dei mercati in atto da qualche anno a questa parte, unita alla rivoluzione tecnologica del risparmio gestito, ha ridisegnato la geografia dei vincitori e degli sconfitti nel mondo degli investimenti: Etf passivi da una parte, fondi comuni tradizionali dall’altra.

Favoriti da costi bassi ed esposizione ampia e diversificata al mercato, i fondi-indice quotati hanno stracciato la concorrenza della gestione attiva tanto che, come certificato da Morningstar, nell’ultimo anno meno di un fondo azionario su tre è riuscito a battere i corrispettivi Etf. E su un orizzonte di dieci anni la quota scende a un misero 13,5%. E infatti non è un caso che tra le società di gestione sia partita la corsa a proporre più Etf possibili tanto che, come certificato da MF-Milano Finanza, su Borsa Italiana ne sono stati quotati da inizio anno più di 200, superando con tre mesi di anticipo il totale dell’intero 2024.

Un universo in evoluzione

Ma nel frattempo il mondo degli Etf si è evoluto: non più solo indici passivi tradizionali, ma anche comparti tematici (emblematico il caso degli Etf sul settore della difesa, di cui uno ha da poco ottenuto perfino lo status Esg), multi-fattoriali, oltre al boom di quotazioni degli Etf attivi, gestiti con logiche di stock picking. Come i tradizionali fondi comuni insomma, quotati come le loro controparti passive.

Ora che sui mercati la volatilità aumenta e la parola «correzione» torna con insistenza, non sono pochi i commentatori di mercato che si chiedono se la corsa degli Etf (anche in portafoglio) sia arrivata al capolinea e se non sia il caso di tornare ad affidarsi ai gestori attivi tradizionali. O se magari la via migliore sia una combinazione ragionata di questi strumenti, che sono stati costruiti in modo tale da essere integrati nell’ambito di una pianificazione di portafoglio ampia e strutturata.

Missione Risparmio su Class Cnbc, ha provato a rispondere chiamando a raccolta quattro esperti del mondo Etf: Antonio Sidoti, head of Southern Europe di WisdomTree Europa, Fabrizio Arusa, head of Etf Italy di Invesco, Marco Tabanella, head of intermediary retail & strategic accounts Italy di Vanguard, e Demis Todeschini, head of Etf sales Italy di Axa Investment Managers.

Domanda. È ancora tempo di Etf, anche con la volatilità in aumento?

Sidoti. Sicuramente è sempre tempo di Etf. Negli ultimi anni hanno dimostrato grande versatilità e capacità di coprire quasi tutte le asset class, anche materie prime e segmenti tematici. Sono strumenti liquidi, efficienti e centrali per l’ottimizzazione del portafoglio.

Arusa. Vero che è sempre tempo di Etf, ma non va dimenticato che occorre conoscere bene lo strumento. Nati negli anni Novanta come veicoli passivi, oggi comprendono anche strategie smart beta (come quelle fattoriali, ndr) e attive. Possono quindi essere combinati a fondi comuni attivi per mitigare la volatilità e coprire diverse aree geografiche e asset class.

Tabanella. Concordo: gli Etf vanno usati sempre, ma con metodo. Sono ideali per costruire una corretta asset allocation diversificata tra azioni e obbligazioni. La nostra filosofia, per esempio, è replicare indici ampi e globali: migliaia di titoli in un unico strumento riducono la volatilità e migliorano la gestione del drawdown.

Todeschini. Non dimentichiamo che la gamma di Etf oggi è vastissima: oltre 1.800 prodotti quotati su Borsa Italiana. È come entrare in un supermercato con moltissimi ingredienti, ma serve uno chef esperto per combinarli. La chiave è costruire portafogli su misura: previdenza, rendita, obiettivi di breve periodo. E per farlo servono mani esperte.

D. Tra le ultime quotazioni a Piazza Affari stiamo assistendo a un boom di Etf attivi: come scegliere tra attivi e passivi e quali sono le differenze?

Tabanella. Vanguard si è concentrata sui passivi, che restano il cuore del portafoglio. Tuttavia, in alcuni mercati come il debito emergente, le obbligazioni high yield o il credito globale la gestione attiva può aggiungere valore. In Europa, però, gli Etf attivi rappresentano ancora appena il 2,5-3% del totale: un segmento in crescita ma di nicchia.

Todeschini. Concordo: a livello di Etf attivi il nostro focus è attualmente sull’obbligazionario, dove la gestione attiva può migliorare gli indici selezionando bond di qualità. Al contempo, gli Etf attivi a basso tracking error, cioè quelli che si discostano poco dal benchmark, rappresentano una formula equilibrata tra gestione attiva e disciplina passiva.

Sidoti. L’Etf attivo introduce anche una certa discrezionalità gestionale, mentre quello passivo replica un indice con regole fisse. Noi oggi lavoriamo su indici fattoriali, per esempio basati sul dividendo, che offrono una via di mezzo: non discrezionale, ma capace di diversificare rispetto alla semplice capitalizzazione di mercato».

Arusa. Abbiamo in gamma Etf passivi, fondi attivi e anche Etf attivi, ma a differenza dei colleghi ci concentriamo soprattutto sugli azionari globali. L’Etf attivo consente di unire trasparenza e liquidità del veicolo con l’expertise di un gestore capace di battere il benchmark. È una soluzione molto richiesta dal retail, specie sulle piattaforme digitali».

D. Ma nei fatti, come può un investitore capire se puntare sugli Etf attivi o passivi e qual è il ruolo dei costi al momento della scelta dei comparti?

Todeschini. Credo che la scelta vada fatta guardando al portafoglio nel suo complesso. L’attivo può aggiungere valore, specie nell’obbligazionario, ma in altri casi una soluzione passiva a basso costo resta la più efficiente. In entrambi i casi, serve attenzione alla liquidità: più che i volumi, vanno osservati gli spread, pubblicati da Borsa Italiana, che indicano la qualità di negoziazione.

Sidoti. Io invece penso che l’investitore debba prima di tutto conoscere il benchmark: non solo il nome, ma la metodologia e la versione. Poi la scelta dipende dal profilo di rischio e dagli obiettivi: attivo e passivo sono complementari e possono coesistere in portafoglio.

Arusa. Per me la questione essenziale è una: scegliere lo strumento giusto per il mercato giusto. Un Etf passivo è ideale su mercati efficienti come l’S&P 500, mentre in aree meno liquide o più opache, come l’Asia o l’emergente, la gestione attiva può fare la differenza. I costi sono una diretta conseguenza, ma non così centrale: l’Etf attivo costa leggermente di più perché include anche, di fatto, la competenza del gestore.

Tabanella. Non sono completamente d’accordo. Penso che sui costi sia necessario fare un ulteriore precisazione: oltre alle commissioni di gestione bisogna valutare infatti il costo reale di detenzione, che misura la qualità del provider nella replica dell’indice. Capire bene come è costruito il benchmark e come si applica la replica è comunque più importante del prezzo nominale.

D. Insomma, il futuro del mercato è attivo, tematico o ancora passivo?

Arusa. I tematici sono un’evoluzione intelligente, ma non per tutti. Hanno maggiore volatilità e vanno inseriti solo come componente satellite del portafoglio, non come core. Anche qui, evitare il fai-da-te e affidarsi a un consulente è la regola d’oro.

Tabanella. Concordo: i tematici hanno senso solo in una quota molto piccola del portafoglio. Sono prodotti soggetti a maggiore volatilità e con tassi di mortalità elevati: in dieci anni ne chiude circa il 60%. Meglio mantenere una struttura core con Etf passivi globali e una piccola componente satellite, magari tematica».

Todeschini. Vorrei fare una precisazione: in realtà, anche molti indici tradizionali sono ormai multi-tematici. Il Nasdaq 100, ad esempio, include esposizioni significative a robotica, AI, cloud e semiconduttori. L’Etf core può dunque racchiudere già un mix tematico. La sfida è leggere gli indici con occhi nuovi.

Sidoti. Proprio per questo credo che il futuro sia nella combinazione. E i tematici sono oggi la frontiera più interessante: cross-settoriali, legati a megatrend come intelligenza artificiale, energia, cybersecurity. Ma devono essere puri, ovvero investire in società realmente connesse al tema.

D. Esiste una quota ideale di Etf da detenere in portafoglio?

Sidoti. Di base non esiste una quota standard. Oggi si può costruire un portafoglio 100% Etf, differenziando tra core e satellite, coprendo praticamente tutte le asset class, anche commodity e cripto tramite Etp.

Arusa. La quota dipende dal profilo di rischio e dall’orizzonte temporale. Gli Etf sono ideali per i mercati più efficienti; i fondi attivi restano preferibili dove serve selezione. L’importante è mantenere un portafoglio globale ben bilanciato.

Tabanella. Aggiungo che molti investitori oggi scelgono piani di accumulo, i pac, in Etf, un modo efficace per entrare gradualmente nei mercati in fasi di volatilità. Anche un solo Etf azionario diversificato può essere la base per una strategia previdenziale di lungo periodo.

Todeschini. E infatti, aggiungo, il pac è una soluzione intelligente per chi teme di entrare sui massimi. L’investimento progressivo aiuta a mediare i prezzi e a costruire valore nel tempo. In fondo, l’importante è proprio avere un portafoglio coerente con obiettivi e disponibilità future.

D. Qual è l’opportunità più grande e quale il rischio principale per gli Etf nel mercato di oggi?

Tabanella. L’opportunità è la crescita della distribuzione tradizionale, cioè consulenti e private banker, ancora poco esposta agli Etf rispetto agli Stati Uniti. Il rischio è il fai-da-te, scegliere il prodotto sbagliato e perdere fiducia nello strumento.

Arusa. Concordo a pieno. Gli Etf si stanno diffondendo anche tra gli investitori retail e sulle piattaforme digitali. Ma serve sempre la guida di un consulente e una corretta diversificazione.

Sidoti. Il rischio più grande, collegandomi alle risposte dei colleghi, è proprio la scarsa educazione finanziaria. Solo conoscendo bene i benchmark e la struttura dei prodotti si possono evitare errori. L’educazione resta la prima forma di protezione per l’investitore.

Todeschini. L’opportunità che abbiamo è enorme: gli Etf entrano ormai anche nelle polizze unit-linked e nei portafogli sotto consulenza. Ma l’industria deve investire ancora molto proprio sull’educazione alla negoziazione. Comprare un Etf al prezzo sbagliato, ad esempio in fasi di spread ampio, può annullare i vantaggi di costo che lo strumento offre. (riproduzione riservata)

Ha collaborato
Elisabetta Piccinini



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