Il 2025 sarà l’anno del boom degli Etf attivi? Di sicuro questi strumenti che ricalcano la composizione degli indici ma nei quali il gestore può scegliere di variare il peso, sta rubando sempre più scena agli Etf passivi, che invece sono la copia di un benchmark, senza intervento dei money manager.
Da inizio 2025 a fine aprile l'81% degli Etf emessi negli Usa è attivo e in Europa, dove il mercato è arrivato più tardi a tale tipologia di prodotti, la quota è del 38%, ma è in forte accelerazione. Sempre nei primi quattro mesi di quest’anno gli Etf attivi in formato Ucits, ovvero conformi alla normativa dell’Unione europea, lanciati sul mercato sono stati 23, il 37% di tutti gli Etf, quindi compresi i passivi, erano il 23% nel 2024, l’8% nel 2022 e appena il 2% nel 2021 (grafico in pagina), quando i primi prodotti sono stati emessi in Europa sulla scia del successo degli Usa dove esistono da oltre dieci anni. E nello stesso periodo gennaio-aprile 2025 gli Etf attivi Ucits hanno attirato il 6% della raccolta di tutti gli Etf (113 miliardi di dollari) con le masse ben più basse, ovvero il 3% del totale degli Etf in Europa (grafico in pagina).

A livello globale (grafici in pagina) da gennaio ad aprile il 27% dei flussi netti degli Etf è andato sugli attivi (era il 20% nel 2024 e appena il 7% nel 2019) con un numero di prodotti che è salito a 2.254, il 36% del totale (i passivi sono 3.993). «Uno dei motivi di questa crescita potrebbe essere il fatto che la maggior parte degli indici passivi è già stata replicata», spiega Travis Spence, global head degli Etf di Jp Morgan Asset Management, la maggior casa di gestione di Etf attivi in Europa (con oltre 35 miliardi di dollari in 35 prodotti). Non solo. «La consapevolezza dei punti di forza tipici degli Etf quali, struttura, trasparenza, liquidità, economicità, accessibilità, combinati con la gestione attiva sta spingendo nuovi operatori a entrare nel mercato», aggiunge Spence. E il settore continua a registrare nuovi arrivi di società di gestione specializzate nei fondi comuni attivi, che ora stanno iniziando a lanciare anche Etf attivi.
A maggio in Europa hanno annunciato l’ingresso big del calibro di Columbia Treadneedle, Goldman Sachs e Fineco, primo emittente italiano ad entrare nel segmento degli Etf attivi. Un’offerta che si sta sviluppando per assecondare una domanda prevista in crescita. Secondo i risultati della Professional Investor Dna Survey di Fidelity International, gli investitori professionali si mostrano sempre più favorevoli agli Etf attivi: il 37% degli intervistati in Europa prevede un aumento delle allocazioni in tali comparti nei prossimi 18 mesi e la percentuale sale al 61% tra gli intermediari. «Gli investitori sono sempre più attenti alle peculiarità di questi strumenti, che combinano i vantaggi dei fondi attivi tradizionali, flessibilità, potenziale di sovraperformance, e quelli degli Etf, ovvero costi inferiori, trasparenza e facilità di accesso», fa eco Alastair Baillie Strong, global head degli Etf di Fidelity International, secondo fornitore di Etf attivi in Europa per patrimonio gestito (6 miliardi di dollari). Pwc stima che il mercato globale degli Etf avrà entro il 2030 un tasso di crescita medio composto degli asset in gestione del 17%, «e prevediamo che gli Etf attivi cresceranno ancora più rapidamente, aumentando la loro quota man mano che un maggior numero di investitori ne scoprirà i vantaggi», aggiunge Baillie Strong.
Intanto in Italia la diffusione di una consulenza con commissioni a parte e senza retrocessioni, affermano alcuni analisti, potrà dare una spinta agli Etf attivi, come è accaduto negli Usa «dove abbiamo certamente visto quel modello avere molto successo. A fronte del pagamento di una commissione gli investitori si aspettano performance, e penso che questo abbia portato molti consulenti a valutare quali strumenti utilizzare per essere più efficienti nel costruire i portafogli. E’ per questi motivi che gli Etf hanno prosperato negli Usa», ricorda Spence.

Il problema è che il settore degli attivi in Europa è nato circa cinque anni e quindi la maggior parte è stata emessa negli ultimi tre anni. Ciò vuol dire che il loro track record è mediamente inferiore a tre anni. E’ un mercato giovane e quindi è difficile prevederne l’evoluzione, come spiega Francesco Paganelli, analista di Morningstar. «Ci aspettiamo che la crescita continuerà, sia in termini di dimensioni che di numero di opzioni disponibili. Ciò porterà probabilmente a un panorama più complesso e competitivo. Gli investitori beneficeranno di una maggiore scelta, ma dovranno anche fare i conti con un tasso di mortalità delle strategie attive, che in generale tende ad essere elevato e dovranno quindi essere più selettivi nella scelta dei fondi, valutando attentamente le caratteristiche delle diverse strategie», avverte Paganelli.

Poi, man mano che il mercato maturerà, «sarà molto interessante vedere se le aspettative degli investitori saranno soddisfatte e se questi continueranno a favorire strategie più diversificate, a basso costo e cosiddette timide rispetto a strategie attive più tradizionali con maggiore concentrazione», aggiunge Paganelli.
In attesa di capire se i risparmiatori trarranno vantaggi da questi prodotti, le società di gestione li hanno già, come afferma Kenneth Lamont, principal in Morningstar: «per molti gestori, gli Etf attivi rappresentano un modo per sfruttare le competenze interne o per riconfezionare le strategie esistenti e attrarre investitori attraverso nuovi canali di distribuzione. L’aumento degli Etf attivi sembra guidato più dal timore di perdere l’occasione che da un vantaggio evidente della struttura dell’Etf. Per gli investitori, i vantaggi degli Etf attivi sono marginali. Molti non beneficiano in modo significativo del trading intraday, ad esempio. Il beneficio più tangibile è la maggiore trasparenza, in particolare per quanto riguarda le strutture delle commissioni, dato che gli Etf in genere applicano prezzi uniformi per tutti gli investitori». Per Lamont inoltre «il raddoppio della quota di mercato degli Etf attivi in Europa negli ultimi due anni rappresenta una potenziale salvagente per le società di gestione in difficoltà» e quindi «per mantenere i margini tra le pressioni incessanti sulle commissioni e la forte concorrenza dei più grandi rivali con sede negli Stati Uniti».

Gli asset manager, osservano sempre gli esperti di Morningstar, sono anche alle prese con la scelta del giusto prezzo da applicare: se le commissioni sono troppo alte, gli investitori potrebbero rivolgersi a concorrenti più economici, se troppo basse rischiano di svalutare o cannibalizzare le strategie esistenti. Lamont osserva che «negli Stati Uniti, gli Etf attivi hanno avuto successo in parte grazie ai loro vantaggi fiscali rispetto ai fondi comuni tradizionali, vantaggi che non esistono in Europa». (riproduzione riservata)