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Il gruppo quotato punta a valorizzare startup e tecnologie europee con servizi e distribuzione

Esprinet polo aggregrante

L’ad Testa: così nasce l’ecosistema delle soluzioni

17/07/2026 10:40

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Esprinet polo aggregrante
Giovanni Testa, CEO Esprinet

Esprinet vuole diventare un polo aggregante. Non soltanto un distributore di tecnologia, ma un soggetto capace di raccogliere, testare e portare sul mercato soluzioni sviluppate da startup e aziende europee, accompagnandole con formazione, consulenza e competenze. È la direzione indicata dall’amministratore delegato Giovanni Testa, che lega il progetto della società quotata dal 2001 a Piazza Affari alla sovranità digitale europea, all’evoluzione dell’intelligenza artificiale e al ruolo che il gruppo intende assumere nei prossimi anni.

Qual è il percorso che ha portato Esprinet a questo nuovo posizionamento?

Per capirlo bisogna guardare alla nostra storia. Esprinet è nata nel 2000 e fin da subito ha cercato di anticipare i cambiamenti del mercato. All’inizio eravamo un distributore tradizionale, ma già il nostro sito non era soltanto uno strumento per vendere prodotti: metteva i clienti nelle condizioni di scegliere e rivendere le soluzioni migliori. Nel 2011 siamo entrati nel mondo delle tecnologie a valore con V-Valley, passando dalla distribuzione di prodotti alla distribuzione di soluzioni, affiancando il cliente anche sotto il profilo tecnico e consulenziale. Nel 2024 abbiamo creato Zeliatech, entrando nella Green Technology con un modello di master distribution che ci ha portato a seguire progetti complessi. L’ultimo passaggio è Innovexia, la divisione nata nel marzo 2026 per riunire e sviluppare i servizi del gruppo.

Che ruolo ha Innovexia?

Affianca tutte le società del gruppo nei diversi Paesi in cui siamo presenti e porta sul mercato sia i servizi storici sia quelli specialistici. Parliamo di cyber security, cloud, software e intelligenza artificiale. Da una parte sviluppiamo internamente agenti di AI attraverso un gruppo di data scientist, li testiamo e, solo se funzionano, li proponiamo al mercato. Dall’altra selezioniamo agenti sviluppati da altri, li sperimentiamo al nostro interno e successivamente li distribuiamo. Per noi è fondamentale verificare le soluzioni prima di proporle ai clienti.

Perché avete scelto questo approccio?

Perché il nostro ruolo non è più soltanto quello del distributore. Vogliamo essere un partner che affianca clienti e vendor, anche attraverso la formazione. Oggi si parla molto di intelligenza artificiale, ma la conoscenza reale è ancora limitata. Molti clienti, soprattutto quelli di dimensioni medio- piccole, non hanno le competenze necessarie per spiegare queste tecnologie agli utenti finali. Noi vogliamo aiutarli, senza sostituirci a loro e senza bypassare il canale.

Quanto conta la formazione?

È centrale. Bisogna spiegare che cosa sia davvero l’intelligenza artificiale, quali vantaggi possa offrire e perché rappresenti un’opportunità. Non crediamo che eliminerà il lavoro, ma che trasformerà alcune attività, migliorando i processi e consentendo alle persone di concentrarsi su funzioni nelle quali il contributo umano resta determinante.

Da qui nasce anche il tema della sovranità digitale?

Esattamente. Per noi non può essere una sovranità italiana, ma europea. Servono infrastrutture, competenze e capacità di difendere il dato. Se la tecnologia viene sviluppata e controllata esclusivamente da altri, il rischio è subirla invece di governarla. Per questo vogliamo contribuire a diffondere conoscenze e tecnologie rivolgendoci alle università, alla Pubblica amministrazione e ai grandi utenti finali.

In questo progetto Esprinet vuole essere un polo aggregante: in che modo?

Vogliamo aggregare soluzioni sovrane sviluppate da startup e aziende che spesso possiedono competenze molto elevate ma non hanno la forza commerciale per arrivare al mercato. Noi possiamo aiutarle a distribuire queste tecnologie, accompagnandole con attività di formazione e supporto. È un ruolo che riteniamo utile sia per il mercato sia per il sistema Paese.

La partnership con Dectar rappresenta il primo esempio concreto?

Sì. È il modello che vorremmo replicare. Dectar dispone di soluzioni che integrano in un’unica piattaforma funzioni che oggi molte pubbliche amministrazioni acquistano separatamente. Questo semplifica la gestione e rafforza la protezione dei sistemi. L’accordo dimostra che questo approccio può funzionare.

Il progetto riguarda soltanto l’Italia?

No. Lo stiamo già sviluppando anche in Spagna e Portogallo e successivamente lo estenderemo agli altri Paesi in cui operiamo. L’obiettivo è costruire un ecosistema europeo, adattando naturalmente le soluzioni alle specificità normative dei singoli mercati.

Come selezionate le tecnologie da portare sul mercato?

Le testiamo. Disponiamo di un gruppo interno composto da data scientist e specialisti It che valuta ogni soluzione prima della distribuzione. Preferiamo investire tempo nella verifica piuttosto che proporre prodotti non sufficientemente maturi. Le competenze hanno un costo, ma per noi rappresentano un investimento sul futuro.

Qual è l’obiettivo finale?

Creare valore lungo tutta la filiera, dai vendor agli utenti finali. Pensiamo che l’Italia e l’Europa abbiano le competenze per sviluppare tecnologie proprie. Non dobbiamo limitarci a definire regole: dobbiamo anche realizzare applicazioni. Solo così possiamo governare l’innovazione e non limitarci a subirla. (riproduzione riservata)

 



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