I fondi pensione, oltre a rappresentare uno strumento di integrazione previdenziale, sono anche importanti investitori istituzionali, portatori di un capitale paziente utile a sostenere lo sviluppo economico. Come si sta posizionando il mercato italiano in ambito finanziario per affrontare le nuove sfide che si presentano? MF-Milano Finanza ha fatto il punto con Andrea Nanni, responsabile settore fondi pensione e assicurazioni di Prometeia Advisor sim.
Domanda. Uno dei temi di attualità nel sistema previdenziale, sia quello di base che complementare, è l'effetto dell'inflazione. Come si è comportato il mercato italiano negli ultimi anni?
Risposta. Partirei da un dato di fatto: per la prima volta da quando il Tfr è considerato il benchmark ombra della previdenza complementare, quindi dal 2005, il rendimento dei comparti obbligazionari puri, inclusivo dei garantiti, è inferiore alla rivalutazione del Tfr. Da un recente studio di Prometeia sulle performance delle linee di investimento dei fondi pensione negoziali negli ultimi 20 anni, pubblicato sul numero 126 della nostra newsletter Anteo, emerge con chiarezza come la fiammata inflativa degli ultimi anni abbia messo un po' in crisi il sistema. La valutazione della performance di lungo periodo conferma la capacità dei fondi pensione di valorizzare il risparmio previdenziale, anche indipendentemente dal vantaggio fiscale. Elemento quest'ultimo che rafforza comunque la scelta dei lavoratori di avvalersi dei fondi pensione quale strumento di difesa delle proprie condizioni post lavorative. L'analisi per comparti di investimento evidenzia però che la scelta delle linee di investimento più adeguate rispetto l'età del lavoratore diventa determinante. Dal lato dei rischi, la gradualità con cui si accumulano i contributi del lavoratore nel corso di un arco temporale abbastanza ampio attenua l'impatto della variabilità nel tempo dei mercati finanziari; a ciò si unisce l'adozione da parte dei fondi di strategie di investimento particolarmente diversificate a livello geografico e settoriale. Tornando quindi ai comparti garantiti, per quanto siano stati un elemento imprescindibile della riforma del 2005 e, di fatto, abbiano consentito di convogliare verso i fondi pensione risorse altrimenti impensabili in così poco tempo, oggi le risorse dei soli comparti garantiti hanno superato i 45 miliardi di euro, senza considerare i pip, anche i numeri ora confermano che questi devono essere considerati come soluzione al più transitoria ed adatta ad accompagnare alla pensione quei lavoratori più anziani che hanno necessità di mettere in sicurezza la propria rendita pensionistica. Nel lungo periodo bisogna scegliere altre linee di investimento: chi ha tempo, lo sfrutti.
D. Quali potrebbero essere i benefici del life cycle, piani di investimento che riducono la componente azionaria all'avvicinarsi della pensione?
R. Un'inflazione più alta e una conseguente maggiore rivalutazione del Tfr richiedono contromisure adeguate, per questo alcuni fondi pensione hanno cominciato a valutare la possibilità di non consentire più l'adesione esplicita alla linea garantita o propongono, come scelta di default agli aderenti indecisi, percorsi di tipo life-cycle. Fa bene Covip a sollecitare questo tipo di soluzioni, nell'interesse dei lavoratori. Ritengo però sia pericoloso ritenere il life-cycle l'unica soluzione al problema. La teoria è semplicissima e neanche nuova: il lavoratore dovrebbe ridurre gradualmente il profilo di rischio nel tempo, su questo non ci sono dubbi. E la stragrande maggioranza dei fondi pensione offrono già linee di investimento compatibili con le differenti età degli iscritti: una linea azionaria, una bilanciata o obbligazionaria mista ed una garantita. Puntare sul life-cycle richiede di ottimizzare il profilo di rischio di queste linee per creare un percorso graduale e ottimale per il lavoratore. Automatico, guidato o solo consigliato: ogni soluzione è legittima. Non servono architetture finanziare complicate e poco comprensibili per l'iscritto: bisogna piuttosto lavorare sui mattoncini del percorso. Il primo mattoncino, la linea azionaria, per i giovani lavoratori, lo deve essere per davvero, le attuali linee azionarie hanno un'esposizione effettiva in genere compresa tra il 50 ed il 60%, un po' poco, l'ultimo mattoncino, oggi rappresentato dalla linea garantita potrebbe essere sostituita da una linea obbligazionaria pura o monetaria molto più efficiente dal punto di vista dei costi. In mezzo è sufficiente una linea bilanciata, ben diversificata e con un profilo di rischio adatto al lavoratore di 45-50 anni, categoria che rappresenta la maggioranza degli iscritti alla previdenza complementare.
D. Nell'investimento Esg come si muovono i fondi pensione italiani?
R. Si muovono bene, nei limiti della loro governance: dopo una prima fase in cui gli aspetti Esg sono stati limitati alla fase di valutazione e monitoraggio dei rischi, sempre più spesso i fondi pensione italiani hanno proceduto all'adozione di policy specifiche rivolte alla gestione integrata di tali tematiche nei processi di investimento e controllo, che si stanno via via evolvendo negli obiettivi, nel perimetro e nelle modalità di applicazione. Il viaggio verso l'investimento Esg quindi continua, specie in Europa: si potrebbe dire che la meta è per sommi capi nota a tutti i partecipanti ai mercati finanziari, fondi pensione inclusi. Ma si tratta di un viaggio accidentato, alcune forzature sono evidenti, talvolta sembra prevalere un approccio formale più che sostanziale. Faccio alcuni esempi: il problema enorme che riguarda gli score Esg degli emittenti, che variano in funzione del provider e che richiederebbero un intervento regolatorio, solo in parte già avviato. Ma anche il fenomeno del greenwashing, spesso inconsapevole, per cui si creano dinamiche in cui investitori ed emittenti collaborano per migliorare la performance Esg dell'impresa e quindi del portafoglio, senza interventi di sostanza ma spesso con la semplice produzione e pubblicazione di analisi, documenti, relazioni. Ne stiamo tutti beneficiando in termini di trasparenza, ed è già qualcosa, ma non credo sia sufficiente. Diventare un investitore sostenibile è facile e volendo anche rapido, esserlo nella sostanza richiede un cambiamento culturale e, di sicuro, molto più tempo.
D. In termini evolutivi si discute dell'opportunità che i fondi pensione italiani possano investire nell'economia reale, in particolare nello sviluppo infrastrutturale. Quale è la sua opinione?
R. L'argomento è caldissimo. Partiamo dai numeri però, per certi versi incoraggianti: in pochi anni i fondi pensione hanno investito quasi il 3,5% delle risorse sull'economia reale, attraverso fondi chiusi che investono in società non quotate, come private equity e private debt che operano in vari settori, tra cui anche nelle infrastrutture. Parliamo di circa 4,5 miliardi di euro e i ritorni finanziari sono già molto buoni. Di spazio nei portafogli ce ne sarebbe però ancora molto, fino al 20%, anche se naturalmente andrebbero fatti distinguo in funzione delle linee di investimento destinatarie di questo tipo di investimenti che, ricordo, sono altamente illiquidi. Ed è quindi necessario porre l'attenzione sul profilo di rischio di questi investimenti, non adatti per tutti i portafogli. (riproduzione riservata)