A pochi mesi dalla conclusione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza l’Italia si trova di fronte a un passaggio decisivo: non solo capire quanto si è speso e quali risultati concreti queste risorse stanno producendo per il futuro del Paese, ma anche se il «metodo Pnrr» (basato su obiettivi chiari, definiti nel tempo e verificabili) possa e debba essere esteso ad altre politiche pubbliche. Peraltro per la prima volta nella storia recente delle politiche pubbliche europee e nazionali un grande programma di investimenti è stato esplicitamente collegato agli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, il che offre la possibilità di valutare le misure non soltanto in termini finanziari ma anche rispetto ai loro effetti economici, sociali e ambientali: transizione ecologica e digitale, inclusione sociale, rafforzamento della competitività e aumento della resilienza ai futuri shock.
Per rispondere a queste domande l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, assieme alla Fondazione Enel (come Knowledge Partner) e a Unioncamere, ha sviluppato un modello analitico e statistico fortemente innovativo, i cui risultati sono contenuti nel Rapporto su «L’impatto del Pnrr sullo sviluppo sostenibile dell’Italia e dei suoi territori», presentato nei giorni scorsi al Cnel (e disponibile sul sito www.asvis.it). In particolare, il modello consente di analizzare gli effetti degli investimenti Pnrr a livello nazionale e di singole Regioni e Province autonome su una serie di obiettivi concreti, rilevanti per la vita delle persone e per le imprese (ospedali e case di comunità, posti negli asili nido e borse di studio, autobus ecologici eccetera). Il Rapporto analizza l’andamento nel tempo e il posizionamento dei territori rispetto agli Obiettivi dell’Agenda 2030 sia nell’anno 2021, cioè prima del Pnrr, sia nel 2026, cioè una volta attuato il Piano. Inoltre viene evidenziato lo sforzo residuo necessario per raggiungere gli obiettivi fissati e i relativi costi.
Il Rapporto evidenzia in primo luogo che gli investimenti del Pnrr si concentrano soprattutto su alcuni ambiti dello sviluppo sostenibile. Le quote più rilevanti di spesa riguardano l’energia (circa il 25% delle risorse), l’innovazione, le infrastrutture e il sistema produttivo (20%) e le città sostenibili (14%). Rilevanti sono anche gli investimenti destinati a salute e istruzione, che assorbono ciascuno circa l’11% dei fondi. D’altra parte, se a livello nazionale nel 2021 si rilevava una distanza media dagli obiettivi analizzati pari al 78%, nel 2026 grazie al Pnrr tale valore scende al 39%, cosicché per centrarli entro il 2030 sarebbero necessari 20 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi, un valore pari al 14% degli investimenti del Pnrr diretti a specifiche Regioni e pubbliche amministrazioni e a 338 euro pro-capite. Ad esempio, il Piano prevede la realizzazione di 307 ospedali di comunità entro il 2026 ma in molte regioni essi non saranno sufficienti a coprire il fabbisogno ottimale rendendo necessari ulteriori investimenti nei prossimi anni per raggiungere l’obiettivo.
Rinviando al Rapporto per gli approfondimenti, segnalo che il valore di questo metodo va potenzialmente oltre la valutazione del Pnrr. Se fosse adottato stabilmente dalle istituzioni europee, nazionali e territoriali, il modello sviluppato dall’ASviS potrebbe contribuire a rendere le politiche pubbliche monitorabili nel tempo e più coerenti con lo sviluppo sostenibile anche in vista della definizione del bilancio europeo per il periodo 2028-2034. In questo modo migliorerebbe la trasparenza delle politiche pubbliche permettendo ai cittadini di valutarne l’efficacia sulla base non solo delle risorse stanziate ma soprattutto dei risultati ottenuti.
Insomma, il metodo Pnrr, magari corretto sulla base dell’esperienza fatta, dovrebbe essere usato anche negli altri campi rendendo più comprensibili gli effetti degli investimenti sulla vita delle persone e delle imprese. (riproduzione riservata)
*direttore scientifico
ASviS