L’Europa si trova ad affrontare un momento di «pericolo» ma anche di «rivelazione» e ora serve «trasformare la crisi in unione». Lo ha sottolineato Mario Draghi ricevendo il premio Carlo Magno ad Aquisgrana, in un intervento che ha evidenziato le illusioni dell’Europa e la necessità di un cambio di passo e mentalità.
L’Unione ha affrontato negli ultimi anni gli shock della pandemia, delle guerre e dei dazi e ha un bisogno di investimenti «enorme» per 1.200 miliardi di euro all’anno, ha sottolineato Draghi. Nello stesso tempo «gli Stati Uniti non garantiscono più la nostra sicurezza» e la Cina non è un’alternativa. «Per la prima volta a memoria d’uomo siamo soli insieme», ha detto Draghi.
Il contesto ha reso più visibili le contraddizioni del modello economico europeo: «Abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione», ha detto l’ex premier italiano.
Sono emerse le vulnerabilità dovute alla «esposizione alla domanda esterna», alla «dipendenza strategica» sull’energia e al «deterioramento della posizione nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio» a cominciare dall’AI. Inoltre barriere e vincoli nel mercato unico «impediscono di mobilitarci alla scala che il momento richiede».
Cosa deve fare l’Europa in questo scenario? Draghi ha negato che la soluzione sia «non cambiare», cioè limitarsi a espandere ulteriormente il commercio rinviando «scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare». Allo stesso modo sarebbe sbagliato, secondo l’ex presidente Bce, «reintrodurre nei mercati uno Stato strategico» sulla spinta di sussidi nazionali.
La risposta ideale, per Draghi, è invece quella di «coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo» gli aiuti di Stato a livello europeo» all’interno di un’economia «davvero integrata».
Inoltre i Paesi Ue devono prendere atto che «il rapporto con gli Stati Uniti è cambiato» e che occorre «capacità di rispondere in modo più assertivo» agli Usa, anche se oggi l’Europa è frenata da «un’alleanza in cui la dipendenza in materia di sicurezza può estendersi a ogni altra negoziazione: commerciale, tecnologica, energetica». Secondo Draghi è perciò necessario «un risveglio» e in particolare «maggiori responsabilità per la difesa» senza indebolire la Nato.
«Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell'Europa dovrebbe essere inequivocabile». Le strade indicate sono due: coalizioni di Paesi con analoga visione (Draghi ha citato Germania, Polonia, Francia e Regno Unito con nordici e baltici), oppure «dare sostanza operativa» alla clausola di difesa reciproca dell’Ue.
A livello più generale, Draghi ha osservato che non manca ambizione tra i leader ma «gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano» e il risultato finale può diventare «peggio dell’inazione». Così l’ex premier ha ribadito l’idea di un «federalismo pragmatico» con cooperazione tra Paesi «con volontà di agire». In tal senso Draghi ha ricordato il successo dell’euro: «Il nostro compito ora è creare di nuovo quella stessa dinamica nell’energia, nella tecnologia e nella difesa». Per l’ex numero uno della Bce «le decisioni non possono più essere contenute nel quadro istituzionale ereditato». (riproduzione riservata)