In traghetto fino a Creta, poi un volo per arrivare nel mare dell’Andalusia, un safari in Sudafrica, un tour adrenalinico in Vietnam, per finire con un viaggio on the road alla scoperta dell’Europa orientale. In vista delle vacanze estive, oltre a sfogliare le guide di viaggio il momento può essere propizio per andare alla scoperta del mondo sotto una luce inedita: quella del proprio portafoglio.D’altronde, il globetrotter degli investimenti può trovare pane per i suoi denti: un risparmiatore italiano può investire, tramite Etf, negli indici di ben 26 Paesi di tutto il mondo. Dalle destinazioni più note come Stati Uniti, Francia o Regno Unito, fino alle mete più esotiche come Vietnam, Thailandia, Brasile o Messico. Senza contare gli indici sulle macro-aree geografiche, dall’Africa all’America Latina all’Asia-Pacifico.
Prima della partenza bisogna fare un po’ di ragionamenti. Esattamente come le ferie estive, che non durano mai più di due-tre settimane, una scommessa su un indice geografico molto specifico non deve mai rappresentare la quota maggioritaria del proprio portafoglio. Tanto più se la destinazione scelta è meno battuta dai grandi fondi, e quindi meno liquida e più volatile.
Per chi volesse, tuttavia, puntare in modo direzionale su un indice geografico può avere molto senso, per cercare una decorrelazione rispetto ai grandi mercati occidentali, o per provare a cavalcare l’onda dei grandi megatrend, come quello dell’allargamento demografico – e delle classi medie, quindi dei consumi – dei mercati emergenti e di frontiera.
Nella tabella in pagina calcolata con dati JustEtf sono stati riuniti tutti gli indici di singoli Paesi in cui è possibile investire dall’Italia tramite Etf. I dati di performance sono confrontati con il più vasto indice mondiale (l’Msci All Country World) ed espressi in euro, ma sono indicate anche la valute degli Etf: se sono in dollari, ad esempio, significa che ci si sta esponendo anche al rischio di cambio tra le due valute. Per questo motivo il rendimento dell’S&P 500 risulta essere negativo del 3,3%, anche se l’indice in dollari da gennaio sta guadagnando più dell’8%.
Quello che salta subito all’occhio è che battere il Ftse Mib è un’impresa per pochi, anzi pochissimi: dall’inizio di quest’anno ci riescono solo cinque Paesi, mentre su un orizzonte di cinque anni solo uno ce la fa. Si tratta della Grecia, in rally di oltre il 48% dall’inizio di quest’anno e del 248% su una prospettiva quinquennale. Oltre a essere uno dei pochi indici in tabella a essere espresso in euro – quindi senza rischio di cambio – quello della borsa di Atene sta vivendo da anni una fase di crescita sostenuta, anche se la strada che dovrà fare per recuperare i livelli del pre-crisi finanziaria (che costò anche al Paese lo status di mercato sviluppato, mai recuperato) è ancora lunga.
L’indice greco, nella sua composizione, è simile al Ftse Mib, ma portato agli estremi. Le banche infatti rappresentano da sole i due terzi della capitalizzazione complessiva. Certo è che negli ultimi anni avere molti istituti di credito in portafoglio – tra tassi di interesse alti e risiko bancario – ha fatto la fortuna di svariati investitori: non è un caso quindi che a completare il podio nella performance quinquennale degli indici ci sia la Spagna (+146% e terzo posto anche quest’anno a +29%). Un’altra meta mediterranea, che con Italia e Grecia condivide la forte presenza di banche (40%) nell’indice. Basti pensare che chi compra un Etf sulle azioni spagnole ha quasi un terzo del portafoglio concentrato in Banco Santander e Bbva.
Più curiose ed esotiche le altre tre destinazioni in top 5 per rendimento nel 2025. Al secondo posto la Polonia: +35% (peraltro l’indice è in dollari) per investire in una borsa composta al 49% sempre da banche, ma che è salita di recente agli onori delle cronache poiché include al suo interno il titolo individuato da Bloomberg come il più caro al mondo, quello dello sviluppatore di videogiochi CD Projekt (noto per la saga fantasy The Witcher).
Al quarto posto, la Corea del Sud (+27%). Tecnicamente un mercato emergente, ma con molti tratti da mercato sviluppato. Composto al 41% da titoli tech, l’indice coreano è esposto per un quinto della capitalizzazione totale – con buona pace della diversificazione – al solo titolo Samsung. Un colosso che non ha certo bisogno di presentazioni.
Chiude il quintetto, appena sopra il Ftse Mib (+26%) l’unico mercato di frontiera in cui sia possibile investire direttamente: il Vietnam. Per mercati di frontiera, per inciso, si intendono quei Paesi che sono sulla buona strada per diventare emergenti, anche se ancora non hanno tutte le carte in regola per conseguire lo status. Il Vietnam è sicuramente il primo in lista per essere promosso: all’interno dell’indice di Hanoi ci si espone a un mix piuttosto equilibrato di mattone, titoli finanziari e beni di consumo.
In un anno in cui un indice globale in dollari, zavorrato – per investitori in euro – dall’ingombrante presenza degli Stati Uniti, fa fatica ad emergere, a superarlo per performance sono finora ben 18 Paesi. Gli unici a perdere, oltre ai già citati Stati Uniti, sono quelli dell’area mediorientale (come l’Arabia Saudita) e del Sudest asiatico (come Filippine e Indonesia), colpiti e fin qui affondati dal combinato disposto di rischio dazi e crollo del prezzo del petrolio (-10% il Brent da gennaio). E poi l’India, che dopo cinque anni di crescita vertiginosa ora sta tirando un po’ il freno, complici le valutazioni elevate raggiunte dall’indice della borsa di Mumbai.
A livello di rapporto tra prezzo e utili attesi tra 12 mesi l’India tratta attualmente a un multiplo di 22, simile a quello dell’S&P 500 e tra i più alti dell’intera graduatoria. Tra i più cari rispetto alla media ci sono anche Australia (19,7), Svizzera (18,4), Germania, Francia e Canada, tutte intorno a 16.
Chi invece spicca per multipli ancora contenuti è proprio la Grecia, che tratta a un rapporto prezzo-utili attesi di 9,8. Più basso ce lo ha solo il Brasile: multiplo di 8, e dividend yield del 6,68%. Da inizio anno l’indice carioca rende il 9,2% in euro (e più del 25% in dollari), ed è composto per il 40% circa da titoli finanziari e poi, a seguire, da energia e materie prime. Altra cosa interessante: un Etf sul Brasile costa, a livello di commissioni (espresse dall’indicatore ter) lo 0,31%: meno di un fondo-indice sul Ftse Mib, il cui prezzo si aggira intorno ai 35 punti base annui.
Anche tra i titoli di Stato (con tassazione al 12,5% se il Paese emittente è in white list) le occasioni non mancano. Per orientarsi tra i tanti titoli disponibili al pubblico retail Skipper Informatica ha classificato per MF-Milano Finanza quelli più scambiati negli ultimi giorni, dividendoli tra bond in euro e in valuta.
È proprio tra le emissioni in euro che si possono trovare alcune occasioni interessanti, sia per fare trading che per cercare ghiotti rendimenti. Un vero e proprio interrail con i titoli di Stato, che parte dalla Francia e dall’Austria. In questi due Paesi ci sono infatti le due obbligazioni più scambiate in media degli ultimi giorni, accomunate da un elemento: sono bond a lunghissima scadenza e hanno prezzi davvero irrisori. Uno che fa molto parlare di sé, anche tra i consulenti, è un titolo austriaco al 2120, con cedola minima (0,85% annuo) ma che oggi prezza appena 31,6. Prima della grande crisi delle obbligazioni del 2022 questo titolo matusalemme era arrivato a prezzare oltre 135. Una scommessa da quasi-trader (chi porterebbe mai un bond a scadenza tra 95 anni?), anche perché il titolo ha una duration modificata di 38,09: questo significa che, se i tassi scendessero di un ulteriore 1%, il prezzo del titolo dovrebbe salire del 38,09%.
Un’ulteriore opzione può essere quella di cercare cedole ghiotte: un altro bond molto gettonato sul mercato è un titolo della Romania al 2044, che prezza meno di 96 e ha una cedola annua del 6%. Questo significa che il rendimento effettivo annuo del titolo a scadenza, calcolato da Skipper, è del 6,1%, che diventa del 5,64% al netto della tassazione (sulle cedole e sulla plusvalenza finale).
E poi ci sono i bond in valuta: dai Treasury Usa alle obbligazioni della Romania in dollari, passando per titoli in sterlina britannica (il più scambiato è un Gilt al 2045 che prezza 79 e ha un rendimento effettivo lordo del 5,27% annuo), fiorino ungherese e corona norvegese.
A livello di suggestione, per i più temerari c’è anche la possibilità di prendere il fuoristrada e avventurarsi in un safari in terra sudafricana. Tra i titoli con taglio da retail compare ad esempio un bond in rand sudafricani al 2040 con cedola al 9%, che prezza 88 e ha un rendimento effettivo a scadenza del 10,9%. Certo, in questo caso il rischio cambio e il rischio Paese vanno maneggiati con estrema cura: come sempre quando ci si avventura nei posti meno conosciuti, bisogna fare prima per bene i compiti a casa. (riproduzione riservata)