Il clima sui mercati internazionali si fa ancora più cupo dopo le ultime dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha annunciato una nuova ondata di misure protezionistiche, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la produzione interna e ridurre la dipendenza dalle importazioni. Stando alle ultime dichiarazioni, i settori più colpiti potrebbero essere quelli dei farmaci, dei semiconduttori e delle materie prime, in particolare il rame.
Nel corso di una conferenza stampa al rientro da un summit sull’intelligenza artificiale a Pittsburgh, Trump ha confermato l’intenzione di imporre dazi sulle importazioni farmaceutiche «già entro la fine del mese», in misura ridotta, concedendo alle aziende «circa un anno» per riorganizzare le proprie catene di produzione. Al termine del periodo di transizione, i dazi potrebbero salire fino al 200%. Un’impostazione analoga sarà applicata anche ai semiconduttori, che rappresentano un nodo cruciale per l’industria tecnologica statunitense.
«Per i chip sarà meno complicato», ha affermato Trump, suggerendo una tempistica simile per l’implementazione dei dazi. Una scelta che, secondo gli analisti, rischia di avere effetti a catena su prodotti consumer come laptop e smartphone, penalizzando aziende come Apple e Samsung.
Già a inizio mese, il presidente ha annunciato l’intenzione di introdurre un dazio del 50% sul rame, e ha avviato una procedura ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 per valutare l’impatto delle importazioni di farmaci sulla sicurezza nazionale. Un riferimento che rievoca le misure protezionistiche adottate durante il primo mandato su acciaio e alluminio.
I colossi farmaceutici come Pfizer, Eli Lilly e Merck, che producono ampiamente all’estero, potrebbero essere tra i più colpiti, con il rischio concreto di aumenti di prezzo per i consumatori statunitensi.
Le nuove misure tariffarie rientrano in un quadro più ampio, che culminerà con l’introduzione, dal 1° agosto, di tariffe «reciproche» verso i paesi che - secondo la Casa Bianca, impongono barriere commerciali agli Stati Uniti.
Nel frattempo però, Trump ha aperto la porta a una serie di accordi bilaterali: il 16 luglio è stato annunciato un pre-accordo commerciale con l’Indonesia, che prevede l’abbassamento della tariffa prevista dal 32% al 19%, in cambio di impegni per 15 miliardi di dollari in acquisti di energia, 4,5 miliardi in prodotti agricoli e 50 jet Boeing.
Altri accordi potrebbero arrivare a breve. «Direi India, e forse altri due o tre paesi», ha detto Trump ai giornalisti, mentre si intensificano i colloqui anche con l’Unione Europea - su cui pende sopra una tariffa minacciata del 30% - e con altri partner strategici come Corea del Sud e Giappone. Per i paesi che non hanno negoziato tariffe personalizzate, il presidente ha annunciato una tariffa standard poco superiore al 10%, destinata principalmente alle nazioni più piccole.
Le nuove misure tariffarie sono accompagnate da un’escalation retorica anche sul fronte geopolitico. Trump ha infatti ribadito l’intenzione di applicare tariffe secondarie ai partner commerciali russi, qualora Mosca non si dimostri collaborativa su un cessate il fuoco in Ucraina. Una mossa che, secondo molti esperti, potrebbe provocare un aumento dei prezzi dell’energia. Trump, però, minimizza. «Non credo. Credo che tutta questa faccenda scomparirà», ha dichiarato, liquidando le preoccupazioni sui potenziali rincari.
Gli annunci hanno generato nervosismo tra gli investitori, in particolare nei settori tecnologico, farmaceutico e delle materie prime. L’incertezza sulle catene di approvvigionamento e l’aumento dei costi di produzione rischiano di tradursi in pressioni inflazionistiche, proprio mentre la Federal Reserve si trova in una fase di valutazione prudente sulla politica monetaria. Già i dati sull’inflazione di giugno negli Stati Uniti hanno segnalato un’iniziale pressione derivante dalle tariffe commerciali: una spinta che ha portato a un aumento dell’indice dei prezzi del 2,7%.
Con il ritorno in primo piano del protezionismo trumpiano, i mercati internazionali si preparano a una nuova fase di tensione commerciale globale, il cui impatto potrebbe essere significativo non solo per le multinazionali, ma anche per i consumatori americani. (riproduzione riservata)