Nella peggiore delle ipotesi, a metà giugno otto azionisti di una holding lussemburghese riceveranno 10 milioni di euro a testa in dividendi. Se vi sembrano tanti soldi, è perché non siete gli eredi di Leonardo Del Vecchio.
I sei figli del fondatore di EssilorLuxottica Claudio, Marisa, Paola (avuti dal primo matrimonio), Leonardo Maria (avuto dalla moglie Nicoletta Zampillo) e Luca e Clemente (nati dalla relazione con l’ex compagna Sabina Grossi), insieme con la moglie e il figlio di lei Rocco Basilico, hanno ereditato nel 2022 l’intero patrimonio di Delfin, la società a capo dell’impero finanziario che vale oggi quasi 50 miliardi. Un valore, quello della holding, ampliato grazie alla crescita vertiginosa del titolo EssilorLuxottica – raddoppiato in quattro anni a 112 miliardi grazie alla solida guida del ceo Francesco Milleri, storico braccio destro di Leonardo Del Vecchio – e alla galoppata delle azioni bancarie e assicurative in pancia a Delfin come Generali, Mediobanca, Unicredit ed Mps.
Con i soli dividendi prodotti dalle partecipate, Delfin dovrebbe chiudere il 2024 con utili record stimati in circa 1 miliardo (nel 2023 erano stati 890 milioni). Agli otto soci al 12,5% ciascuno tuttavia andranno praticamente solo le briciole, appunto circa 10 milioni a testa, a meno che non si mettano d’accordo su una cifra più alta.
Ma dato che non c’è unità di vedute sulla governance di Delfin e che da tre anni sono coinvolti in cause legate proprio all’eredità, salvo sorprese dell’ultima ora una linea comune è difficile che sarà individuata entro l’assemblea di Delfin sul bilancio prevista per la seconda metà di giugno. Eppure in queste settimane i tentativi di trovare una mediazione ci sono stati. E punti di confronto, sia pure carsico e a distanza, sono sempre aperti.
Da statuto, senza l’accordo di sei soci su otto (i due terzi) per staccare più cedole, Delfin distribuisce ogni anno solo il 10% degli utili, dopo aver riservato il 5% alla Fondazione Del Vecchio. Per questo lo scorso anno a ogni erede è toccata circa una decina di milioni. A tre anni dalla morte del fondatore, il motivo del contendere tra gli eredi – che non hanno ancora chiuso la successione accettata con beneficio di inventario – è sempre lo stesso: le regole della cassaforte lussemburghese, riscritte da Del Vecchio nel 2021, hanno blindato il controllo di fatto nelle mani di Milleri. Al quale peraltro dovrebbero pagare un legato in azioni Essilux che oggi vale 420 milioni.
Ma anche su questo manca l’accordo tra gli eredi, tanto che ci sono più cause pendenti davanti al tribunale di Milano, compresa quella del ceo di Essilux che pretende il pagamento delle relative tasse di successione sul suo legato (56 milioni). Delfin è di fatto un trust in cui i manager comandano e i soci sono meri beneficiari che incassano le cedole, e basta. Nel board della finanziaria siedono il presidente Milleri, il ceo Romolo Bardin e i consiglieri Aloyse May, Giovanni Giallombardo e Mario Notari, dirigenti di fiducia scelti da Del Vecchio e con incarico a vita.
Lo statuto prevede che tutte le decisioni passino esclusivamente dal board, senza dover consultare i soci. Per modificarne il funzionamento, Leonardo ha disposto che serva il consenso dell’88% del capitale. In sostanza serve l’unanimità tra i suoi otto successori. Che però manca totalmente.
Leonardo Del Vecchio ha scritto la governance della holding in modo che fosse il suo delfino a gestire il patrimonio miliardario della famiglia e la quota di controllo di Essilux. E Milleri sta svolgendo bene il compito: il titolo del colosso dell’occhialeria vale oltre100 euro in più da quando ha raccolto il testimone dal fondatore e si espande nel tech e nella sanità. Anche gli eredi non hanno di che lamentarsi: il patrimonio di ognuno è cresciuto da quasi 4 a circa 6,25 miliardi. Basterebbe distribuire più dividendi in Delfin per mettere più soldi nelle tasche degli eredi, ma ci vorrebbe l’accordo complessivo.
Ma, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza da più fonti a conoscenza del dossier, alcuni figli - la terzogenita Paola e uno dei figli più piccoli Luca - vorrebbero essere maggiormente ascoltati nella gestione aziendale e non gradirebbero che il gruppo di famiglia venga coinvolto nel risiko bancario in corso, dal quale non vedrebbero arrivare vantaggi (al netto dell’incremento di valore delle partecipazioni e dei relativi dividendi).
Altri eredi avrebbero invece messo sul tavolo un’intesa complessiva sulla governance di Delfin, ovvero nuove regole sulla durata dell’incarico ai consiglieri, sul processo di liquidazione delle quote e sul tetto annuale al payout. Negli ultimi mesi si sarebbe discusso di innalzare stabilmente la soglia di dividendi dal 10 al 65%. Alcuni soci avrebbero addirittura proposto di distribuire pro-quota tra gli eredi le quote in Generali e Mediobanca: una mossa estrema che avrebbe effetti dirompenti sul risiko bancario in corso e sulla corsa al Leone.
Un’altra proposta più moderata avrebbe invece riguardato la distribuzione dei soli dividendi prodotti dalle partecipazioni finanziarie, lasciando il resto in pancia a Delfin per dotarla di capitali pronti per lo sviluppo di Essilux. Lo scorso aprile parlando del 2,7% in Unicredit Milleri era sembrato avanzare un’apertura in questa direzione: «In questi tre anni abbiamo generato una plusvalenza infinita all’interno di Delfin. La prudenza dice che poi a un certo punto c’è la necessità di - com’è che si dice? - vendere e pentirsi. E noi abbiamo una plusvalenza infinita».
Per ognuna di queste soluzioni serve tuttavia l’unanimità dei soci. Mentre c’è sempre qualche erede che si oppone. Così la lite continua. (riproduzione riservata)