Il fenomeno dei deepfake rappresenta una delle trasformazioni più rilevanti dell’ecosistema informativo contemporaneo. Si tratta di contenuti audio, video o immagini generati o manipolati tramite sistemi di intelligenza artificiale (AI), capaci di riprodurre in modo altamente credibile volti, voci e movimenti di persone reali. Nati anche con finalità creative e industriali, questi strumenti sono oggi al centro di un ampio dibattito giuridico, etico e sociale. La loro diffusione evidenzia la fragilità crescente dello spazio informativo digitale.
Sui social network, contenuti falsi ma verosimili possono incidere rapidamente sulla reputazione di individui e organizzazioni. Non sono coinvolti solo i personaggi pubblici, ma anche i privati possono subire danni concreti, dalla lesione della dignità personale fino a vere e proprie frodi basate sull’impersonificazione vocale o visiva. Particolarmente invasivi sono i cosiddetti nudifier, strumenti che consentono di generare immagini sessualizzate non consensuali a partire da fotografie reali.
Il nodo centrale è la velocità. Nei sistemi digitali, la diffusione precede quasi sempre la verifica. Quando arriva la smentita, il danno è spesso già compiuto. Il deepfake non si limita a distorcere la realtà, ma può sostituirla temporaneamente nella percezione pubblica, rendendo sempre più incerto il confine tra vero e falso.
Le risposte normative si stanno articolando su più livelli. Negli Stati Uniti, proposte come il No Fakes Act e il Take It Down Act mirano a rafforzare la tutela dell’identità digitale e a rendere più rapide le procedure di rimozione dei contenuti illeciti. Nell’Unione europea, l’approccio è più ampio. La proposta dell’AI Omnibus mira a semplificare e armonizzare le diverse regole digitali. La principale normativa europea è l’AI Act, che classifica i sistemi di AI in livelli di rischio e introduce obblighi di trasparenza, come il watermarking e l’etichettatura dei contenuti generati o manipolati dall’AI. Il Digital Services Act rafforza le responsabilità delle piattaforme online. In questo contesto, il Gdpr continua a rappresentare il riferimento per la protezione dei dati personali. In sostanza, il tentativo è duplice: rendere riconoscibili i contenuti artificiali e responsabilizzare chi li diffonde.
Anche in Italia la disciplina è in evoluzione. La legge n. 132/2025 ha introdotto nel codice penale l’articolo 612-quater, che punisce la diffusione senza consenso di contenuti falsificati o alterati mediante sistemi di AI, con la reclusione da uno a cinque anni.
È inoltre in discussione al Senato un disegno di legge volto a rafforzare la tutela dell’identità personale e della reputazione digitale. In questo contesto, il sistema dei media e dell’informazione è chiamato ad assumere responsabilità più stringenti. Non si tratta soltanto di selezionare e diffondere notizie, ma anche di verificare con trasparenza le fonti, integrare strumenti per individuare le manipolazioni, inclusi i sistemi di fact-checking, e segnalare in modo esplicito i materiali sintetici o alterati.
La credibilità dell’informazione dipende sempre più dall’adozione di standard tecnici affidabili e di pratiche editoriali chiare, in grado di limitare l’impatto della disinformazione artificiale. Alcuni casi recenti hanno reso evidente la portata del fenomeno. Dalla diffusione di contenuti manipolati che hanno coinvolto figure dello spettacolo, come la cantante Taylor Swift, fino a episodi che hanno interessato leader politici, tra cui Giorgia Meloni, i deepfake dimostrano la loro capacità di incidere tanto sulla sfera privata quanto sul dibattito pubblico.
Resta aperto il tema dell’accesso agli strumenti di difesa. Se la protezione contro le manipolazioni digitali dipende da tecnologie proprietarie o a pagamento, il rischio è quello di una tutela diseguale, più efficace per chi dispone di risorse economiche e più fragile per gli altri. Un problema che riguarda non solo la sicurezza individuale, ma anche l’equità nell’accesso ai diritti nello spazio digitale. (riproduzione riservata)
*avvocato e membro del cda Rai