L'imposizione di dazi del 20% da parte degli Stati Uniti sulle importazioni dall’Unione Europea pone nuove e complesse sfide per le aziende italiane, con effetti che varieranno a seconda del settore e della struttura della supply chain. Alcune aziende potrebbero rivedere la propria strategia commerciale per capire se e in che misura il costo aggiuntivo possa essere trasferito ai consumatori finali; altre, soprattutto se le loro catena di fornitura toccano i cosiddetti Paesi «worst offenders», potrebbero ripensarne la configurazione affinché si componga di fornitori collocati in Paesi meno impattati dai dazi, sottolineano Francesco Leone, Senior Managing Director, Head of Italy Corporate Finance & Restructuring, e Claudia Lotti, Senior Managing Director di FTI Consulting in Italia.
I due esperti individuano tre azioni che le imprese italiane potrebbero intraprendere per affrontare il nuovo contesto: analizzare la propria esposizione commerciale agli Usa, ottimizzare la propria supply chain, organizzare attività di lobbying a livello settoriale per una rinegoziazione dei termini delle tariffe, una strategia ancora più necessaria per i comparti più esposti alle nuove misure dell’amministrazione Trump.
Alcune industrie, come ad esempio il lusso, potrebbero scaricare parzialmente il costo sui consumatori finali: «si tratterebbe comunque di una decisione non facile, dato l’attuale contesto inflattivo e che potrebbe portare a potenziali perdite di quote di mercato, poiché alcuni marchi non riuscirebbero più a raggiungere i cosiddetti consumatori aspirational; altri settori, come l’agroalimentare e la meccanica, subiranno molto probabilmente una compressione dei margini», avvertono Leone e Lotti. La capacità di assorbire l’aumento dei costi dipenderà molto dalla struttura delle supply chain: le aziende devono, infatti, valutare se sia possibile efficientare i costi di produzione o diversificare i fornitori, magari spostando parte delle catene di fornitura o creando delle partnership con fornitori statunitensi. Alcune imprese potrebbero, invece, investire in capacità produttiva negli Stati Uniti, anche se quest’ultima strategia non sarebbe priva di incertezze, legate alle normative e politiche commerciali future.
Il risultato, ovviamente, è una vasta rete di catene di approvvigionamento altamente integrata, la cui complessità, secondo Robert Almeida, Portfolio Manager e Global Investment Strategist di Mfs Im, è stata riconosciuta solo da poco dagli operatori di mercato. «Prendiamo, ad esempio, un semplice paio di jeans. Benché alcuni produttori statunitensi si riforniscano di cotone a livello locale, la maggior parte del denim proviene da Cina, India e Pakistan. Per alcuni pantaloni di alta qualità, i materiali arrivano da Zimbabwe, Turchia ed Egitto. Gran parte della tintura viene eseguita in Cina e in Germania, mentre le cerniere sono importate dal Giappone». Questa è solo una parte del processo.
Qualcuno deve farsi carico dell'onere di questa nuova tassa. Poiché i prezzi delle azioni derivano dall'andamento degli utili, l'unica domanda che conta davvero dal punto di vista degli investimenti è: chi paga questa tassa, il consumatore o il produttore? «Produttori di beni la cui domanda è caratterizzata da una bassa elasticità possono trasferire le pressioni sui prezzi ai loro clienti. «Le ragioni dell'anelasticità vanno ricercate nella limitata disponibilità di sostituti e nella qualità superiore. Qualunque sia la ragione, questo vantaggio competitivo consente al produttore di trasferire il dazio ai suoi clienti. In questo scenario, è il consumatore a farsi carico dell'onere, il che genera inflazione e danni alla crescita, poiché ci sono meno risorse a disposizione», afferma Almeida.
Al contrario, nel caso di beni caratterizzati da un prezzo elastico per via della presenza di validi sostituti, l'onere aggiuntivo in termini di costi grava sul produttore, comprimendone i margini. Benché i mercati finanziari scontino sempre più l'impatto dei dazi sulle aziende, è probabile che ci siano altre variabili in gioco. «Penso che la realtà sarà una combinazione di entrambi gli scenari: i clienti pagheranno la tassa sulle cose di cui non possono fare a meno, mentre i produttori di beni sostituibili deluderanno gli investitori per via della debolezza dei loro profitti», aggiunge Almeida.
Le aziende con scarsa concorrenza offrono protezione. Poiché viviamo in un mondo capitalista, in cui gli imprenditori puntano a generare profitti e sono sempre alla ricerca di innovazioni dirompenti, le aziende con profili di profitto superiori alla media ma anche stabili offrono qualcosa che gli altri non possono offrire. Le elevate barriere all'ingresso, qualunque esse siano, mantengono bassa la concorrenza e alti i margini di profitto.
«Abbiamo sempre ritenuto, ad esempio, che le aziende di strumenti e apparecchiature che forniscono i loro prodotti alle imprese del settore delle scienze della vita incarnino queste caratteristiche e le società che li commercializzano si sono storicamente distinte come le migliori nel settore sanitario. Vendono strumentazioni, materiali di consumo correlati, servizi e altri prodotti ad aziende farmaceutiche e biotecnologiche, ospedali, laboratori, università e governi. I loro clienti, particolarmente attenti alla qualità, sono disposti a pagare un prezzo più alto a garanzia della qualità e dell'affidabilità di strumenti che hanno un costo relativamente modesto rispetto all'ingente spesa legata all'intera attività», analizza Almeida.
Sebbene queste aziende abbiano anch'esse catene di approvvigionamento globali complesse e anche se i loro costi aumenteranno a causa della guerra dei dazi, la criticità dei prodotti che offrono, unita alla fiducia che i clienti vi ripongono, può proteggerle dal rischio di sostituzione, a differenza di altri settori.
Lo stesso si può dire delle aziende di apparecchiature elettriche che producono componenti utilizzati in ampi mercati finali industriali come le infrastrutture per l'intelligenza artificiale, la trasmissione di energia ed elettricità, i veicoli elettrici e altri settori interessati da una crescita strutturale. Per questi clienti di grandi dimensioni e con ampie disponibilità, il rischio di sostituire un prodotto più economico per risparmiare qualche dollaro spesso non vale il rischio relazionale.
«Concentriamo allora le nostre energie nel capire quali imprese saranno in grado di assorbire i dazi e quali no. È infatti questo», conclude Almeida, «che determinerà l'andamento delle azioni. Ritengo che l'attuale contesto comporterà un cambio di paradigma per quanto riguarda il valore dei portafogli discrezionali basati su un approccio fondamentale». (riproduzione riservata)