Mentre mercati e investitori si preparano al Liberation Day del 2 aprile, Donald Trump alla Casa Bianca starebbe ripensando la strategia di imposizione dei dazi. Il presidente americano ha dichiarato che il 2 aprile sarà il Giorno della Liberazione per gli Stati Uniti, perché rivelerà i cosiddetti «dazi reciproci» su alcuni paesi. Le tariffe commerciali che dovrebbero colpire l’Unione Europea, insieme ad altri alleati e partner commerciali chiave, potrebbero però rivelarsi più limitate di quanto finora temuto. Sebbene l’imposizione di restrizioni commerciali rimanga certa, sembra che queste saranno più mirate rispetto all’approccio globale e indiscriminato che Trump aveva annunciato.
Già alla fine della scorsa settimana, Trump aveva lasciato intendere che avrebbe potuto adottare un approccio più flessibile. Parlando nello Studio Ovale, ha sottolineato che «la strategia» non sarebbe «cambiata. Ma la parola flessibilità è una parola importante. Quindi ci sarà flessibilità ma reciproca». Secondo quanto riportato adesso da alcuni funzionari della Casa Bianca a Bloomberg e al Wall Street Journal alcuni Paesi potrebbero essere esclusi dai dazi. Nello specifico la Casa Bianca potrebbe applicare dazi al 15% ai Paesi che presentano attualmente squilibri commerciali persistenti con gli Stati Uniti: un gruppo ribattezzato come «dirty 15». Quelli presi di mira dovrebbero includere le nazioni del G-20, oltre che India, Giappone, Cina e Vietnam. Tutti Paesi che avrebbero grandi squilibri commerciali con gli Stati Uniti. Quanto ai singoli settori, Trump starebbe valutando di non imporre tariffe specifiche per settore.
Finora il presidente Usa aveva annunciato dazi al 25% per Messico e Canada e minacciato l’imposizione di tariffe al 20% sulla Cina. Quanto ai settori a essere minacciati sono stati soprattutto quelli legati alle materie prime, automotive, pharma e chip. Le novità in merito a un alleggerimento delle politiche tariffarie di Trump potrebbero attenuare i timori di investitori e mercati. Sebbene, infatti, i dazi aumenteranno comunque il costo delle importazioni negli Usa, la loro applicazione limitata dovrebbe mitigare l’impatto economico complessivo. Le tariffe differenziate in base a area e paese lasciano comunque timorosi gli esperti che rimangono comunque preoccupati di una ritorsione a catena su alcuni mercati.
«Le attuali minacce dell’amministrazione americana nei confronti dell’Europa appaiono surreali», secondo Confcommercio che riprende il tema nella congiuntura di marzo. «Nel 2023, le esportazioni europee di beni verso gli Usa sono state pari a circa 504 miliardi di euro e le importazioni oltre 347 miliardi, con un saldo di 157 a favore dell’Europa. Al contrario, le esportazioni di servizi dell’Europa a 27 verso gli Usa valgono quasi 319 miliardi, mentre le importazioni europee di servizi dagli Stati Uniti superano i 427 miliardi, con un saldo di 108 a favore degli States».
In questo scenario, secondo Confcommercio «il vero saldo complessivo che andrebbe a detrimento dell’economia statunitense, direttamente provocato dall’interscambio con l’Europa, è di circa 52 miliardi di dollari pari allo 0,18% del pil americano. Nella valutazione del quadro congiunturale italiano, assumeremo, quindi, che ragionevoli negoziazioni portino a un assetto degli scambi non troppo dissimile da quello attuale». (riproduzione riservata)