Reagire con prontezza ai dazi in arrivo dagli Stati Uniti, ma non rinunciare al dialogo. Si può riassumere così la posizione che prevale tra i leader europei, in una giornata trascorsa nell’attesa della tempesta. Prima dell’annuncio del presidente degli Usa Donald Trump, alle 22 italiane del 2 aprile, lo scenario che il Vecchio Continente si preparava ad affrontare - con una strategia di controdazi in tre step - era quello di un dazio universale intorno al 20%.
Secondo le stime dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), l’effetto delle tariffe rischia di essere dirompente. Le proiezioni parlano di entrate aggiuntive intorno ai 200 miliardi di dollari l’anno per gli Stati Uniti, che però potrebbero lasciare sul terreno lo 0,2% del pil. Comunque la metà di quanto perderebbe l’Unione Europea, per la quale l’Ispi calcola un -0,4% (senza includere eventuali ulteriori ritorsioni americane ai contro-dazi europei). «La guerra commerciale non conviene a nessuno», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha definito i dazi un «errore profondo», e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha invitato a «evitare una guerra commerciale», sottolineando però che le tariffe americane avranno «effetti pesanti sulla catena produttiva italiana». Gli Stati Uniti «sono il secondo mercato di destinazione» dell’export italiano, ha aggiunto Meloni, perciò è necessario «immaginare risposte adeguate per difendere le nostre produzioni».
La strategia predisposta dall’Ue, che ha convocato per stamattina una conferenza stampa sul tema, si articola in tre passaggi. I primi due, già efficaci, riguardano la riattivazione dei dazi preparati nel 2018 e nel 2020 in risposta alle tariffe introdotte dalla prima Amministrazione Trump. Il primo pacchetto include imposte su alcuni materiali (alluminio, acciaio, cuoio, legno e altri prodotti) ed è rientrato in vigore ad aprile dopo che gli Stati Uniti hanno portato al 25% i dazi su acciaio e alluminio. Il secondo gruppo di misure (predisposte nel 2020 ma poi non applicate) include una gamma più vasta di prodotti industriali, oltre ad alcuni generi alimentari americani. I due provvedimenti dovrebbero colpire beni statunitensi per 2,8 e 3,6 miliardi di euro, secondo le stime della Commissione Europea.
Ma non finisce qui. La Ue ha fatto sapere di essere al lavoro su un terzo pacchetto di sanzioni - molto più vasto - che arriverà «al momento opportuno», probabilmente intorno a metà aprile, secondo il crono-programma condiviso dalla Commissione. L’Europa infatti ha scelto di conoscere nel dettaglio i dazi imposti da Trump prima di alzare il tiro e ufficializzare un ampio elenco di tariffe che colpirebbero beni americani per altri 18 miliardi di euro. In questa lista potrebbero rientrare, ad esempio, i molti servizi tecnologici che gli Stati Uniti esportano in Europa, compresi quelli delle varie Microsoft, Google, Meta eccetera. La potenza di fuoco dei dazi europei dunque per ora è di massimi 24 miliardi.
Al momento si stima che le tariffe americane possano invece colpire prodotti europei per circa 26 miliardi, pari al 5% dell’export verso gli Usa, con una spesa extra di 6 miliardi di euro di tasse aggiuntive per le aziende. (riproduzione riservata)