L’Unione Europea si prepara a sedersi di nuovo al tavolo con gli Stati Uniti, ma con una nuova arma negoziale: le recenti sentenze della giustizia americana che mettono in discussione la legittimità dei dazi imposti da Donald Trump. La domanda che Bruxelles porrà ai suoi interlocutori, nel corso della riunione ministeriale dell’Ocse del 3 e 4 giugno a Parigi, è semplice ma centrale: «Si può prendere una decisione prima che finisca l’iter giudiziario americano»?
Il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, affronterà il nodo con la consapevolezza che i verdetti dei tribunali Usa potrebbero cambiare radicalmente i termini della trattativa. La Commissione ha già ipotizzato concessioni, come una tariffa base fissa inferiore al 10% o dazi settoriali ispirati all’intesa tra Washington e Londra, ma non intende cedere su temi considerati intoccabili: fiscalità (come l’Iva) e normative digitali.
La presidente Ursula von der Leyen ha chiarito che si tratta di una svolta epocale: «In un mondo instabile, il nostro grande progetto è un’Europa indipendente. In fondo si tratta della nostra libertà», lasciando intendere che anche un eventuale accordo non riporterebbe le cose allo status quo.
Intanto, sul versante orientale, i colloqui tra Stati Uniti e Cina restano «in una fase di stallo», come ha ammesso il segretario al Tesoro americano Scott Bessent. Una telefonata tra Trump e Xi Jinping potrebbe sbloccare la situazione, ma per ora le trattative avanzano con difficoltà. Dopo una tregua siglata a maggio, le due potenze hanno sospeso per 90 giorni i dazi imposti reciprocamente, riducendoli in modo significativo: dal 145% al 30% sui prodotti cinesi e dal 125% al 10% su quelli americani.
La posizione di Pechino, ribadita con fermezza dal ministero degli Esteri, resta invariata. Le divergenze strutturali, però, rendono complicato un vero compromesso. Non a caso, l’economista premio Nobel Michael Spence osserva: «Gli Stati Uniti stanno danneggiando sé stessi più del resto del mondo. Ma l’Europa ha una chance storica per diventare un attore centrale». Aggiunge poi: «Credo che Europa, Cina e le altre grandi economie emergenti cercheranno di sostenere un sistema multilaterale. I costi di abbandonarlo sarebbero altissimi».
Nel frattempo, Donald Trump si lancia in un'offensiva verbale contro i giudici. Dopo la sospensione da parte della Corte del Commercio Internazionale dei dazi da lui imposti, il tycoon ha reagito furiosamente sui social: «La decisione è così sbagliata e così politica! Spero che la Corte Suprema torni rapidamente e con fermezza su questa decisione orribile che minaccia il Paese». Trump ha accusato i giudici di «puro odio per Trump» e ha parlato di «sentenza finanziaria più dura mai emessa nei nostri confronti», sostenendo che i dazi sono necessari per «proteggere l’America da chi la danneggia economicamente».
Ma la sua posizione non è più inattaccabile nemmeno in patria. Secondo l’ex consigliere economico della Casa Bianca Robert Wescott, «Trump dovrà ora chiedere il sostegno del Congresso, dove però il clima è cambiato in modo sostanziale». L’opposizione ai dazi cresce anche tra i repubblicani, mentre l’opinione pubblica si schiera: «L’81% degli americani è contrario».
Con l’estate alle porte, l’orizzonte resta incerto. L’Europa cerca un’intesa senza perdere la propria autonomia. La Cina resta ferma sulle sue posizioni. E Trump, tra ricorsi giudiziari e malumori politici, gioca la carta del conflitto per rimettersi al centro della scena. (riproduzione riservata)