«I dazi saranno la cosa migliore che abbiamo mai fatto come Paese, lo renderanno di nuovo ricco: talmente ricco che non saprete dove spendere tutti questi soldi». Non ha dubbi il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha a bordo dell’Air Force One, secondo quanto riportato da Fox News, ha alzato ancora una volta la posta delle sue politiche protezionistiche.
Più perplesso appare, invece, il mercato: nell’ultimo mese, cioè da quanto il neo-eletto presidente è passato dalla teoria alla pratica sui dazi, il Nasdaq ha perso più del 7%, l’S&P 500 quasi il 5%. La scorsa settimana è stata peraltro la peggiore da settembre 2024. E anche per oggi, lunedì 10 marzo, i futures di Wall Street indicano una partenza in forte ribasso: -1% il Nasdaq, -0,8% l’S&P 500.
Le tariffe, ha spiegato Trump, riporteranno indietro le aziende, sottolineando che 90 mila fabbriche negli Stati Uniti hanno chiuso da quando ha avuto inizio l'accordo di libero scambio nordamericano (Nafta) tra Usa, Canada e Messico, in vigore dal 1994 al 2020. «Incasseremo centinaia di miliardi di dollari in dazi e diventeremo così ricchi che non saprete dove spendere tutti quei soldi», ha precisato il tycoon. «Ve lo dico io: state a guardare. Avremo posti di lavoro. Avremo fabbriche aperte. Sarà fantastico».
Il nemico dichiarato di Trump, ormai è noto, è la Cina, che per tutta risposta sta intensificando la rappresaglia nella guerra commerciale contro la prima economia al mondo. Da Pechino sono infatti entrate in vigore le tariffe sui prodotti agricoli statunitensi: annunciate la scorsa settimana, riguardano circa 21 miliardi di dollari di importazioni agricole dagli Usa, in risposta alla tariffa aggiuntiva del 10% imposta da Trump sulle esportazioni cinesi negli Stati Uniti.
La mossa di Pechino riguarda un'ampia gamma di prodotti. Le importazioni di pollo, grano, mais e cotone coltivati negli Stati Uniti subiranno una tariffa aggiuntiva del 15%. Le tariffe su sorgo, soia, carne di maiale, manzo, frutti di mare, frutta, verdura e prodotti caseari saranno aumentate del 10%. La mossa renderà i prodotti statunitensi più costosi, e quindi meno competitivi sul mercato cinese, il che probabilmente porterà a maggiori importazioni da altri Paesi. (riproduzione riservata)