Le prime trimestrali delle grandi banche di Wall Street sembrano tracciare un quadro roseo sulla salute del comparto bancario statunitense. I numeri pubblicati oggi da Jp Morgan Chase, Morgan Stanley e Wells Fargo vanno oltre le attese, ma va ricordato che il periodo di riferimento è antecedente all’entrata in vigore dei dazi che in queste settimane hanno sconvolto le Borse mondiali.
Dopo il Liberation Day del 2 aprile, il giorno dell’annuncio di dazi di ritorsione da parte del presidente statunitense Donald Trump, i mercati hanno registrato oscillazioni che non si vedevano dai tempi della pandemia di Covid e della crisi finanziaria del 2008. Il presidente Trump, da allora, ha continuato a ricordare al popolo americano che tutte le misure messe in atto dal suo governo, dalle politiche dei dazi ai maxi tagli al budget federale, guardano al benessere della nazione. Mentre Trump cerca di rassicurare, però, dalle parole dei ceo delle più grandi istituzioni finanziarie d’America trasudano molte più incognite.
Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan Chase, ha più volte lanciato l’allarme su una potenziale frammentazione disastrosa delle alleanze economiche degli Stati Uniti a causa delle nuove politiche economiche di Trump. E oggi, pur lodando i risultati raggiunti dalla sua banca nel primo trimestre, Dimon ha ribadito che gli operatori del mercato stanno navigando a vista.
«L’economia sta affrontando notevoli turbolenze, anche geopolitiche, con potenziali aspetti positivi dalla riforma fiscale e dalla deregolamentazione e potenziali ripercussioni negative dai dazi e dalle guerre commerciali, un’inflazione elevata, elevati deficit fiscali e prezzi delle attività ancora piuttosto elevati», ha dichiarato Dimon, che in passato ha fatto anche parte del board della Federal Reserve Bank, la banca centrale americana.
Nel commentare quanto sta accadendo negli Usa, il ceo di Wells Fargo, Charlie Scharf, ha dichiarato che la banca «appoggia la volontà dell’amministrazione Usa di porre barriere per il commercio equo per gli Stati Uniti, anche se ci sono rischi associati ad azioni così significative», ma ha avvertito anche che quelle stesse politiche saranno all’origine di «una continua volatilità e incertezza», con l’esito effettivo che «dipenderà dai risultati e dai tempi dei cambiamenti politici».
Più lapidario è stato invece Larry Fink, ceo di BlackRock. Intervistato dai giornalisti del programma Squawk on the Street di Cnbc, il manager del più grande gestore patrimoniale ha dichiarato senza mezzi termini che gli Usa sono «ormai molto vicini, se non addirittura dentro, a una recessione.» A suo dire, «assisteremo, in generale, a un rallentamento, finché non ci saranno più certezze. E ora avremo 90 giorni di sospensione delle tariffe reciproche, e questo significa avere un’incertezza prolungata e più elevata». (riproduzione riservata)