«In Europa per supportare la grande innovazione dell’ingresso dell’Intelligenza Artificiale a livello consumer sul mobile 5G abbiamo bisogno di 450 miliardi di euro di investimenti sull’infrastruttura digitale. Di questi, 90 miliardi servono per le torri tlc e la fibra». L’appello arriva da Marco Patuano, amministratore delegato di Cellnex che è il colosso spagnolo delle torri di trasmissione leader nel Vecchio Continente con oltre 4 miliardi di euro di fatturato e in cui Edizione della famiglia Benetton è il primo socio con il 10,25%, seguita dal fondo britannico Tci (al 10,15%) e dal fondo sovrano di Singapore Gic (7%).
«Dobbiamo rendere questa tecnologia più pervasiva. È il motivo per cui continuo a insistere che a livello di sistema abbiamo bisogno di più investimenti», dice il 61enne top manager con un passato, fra gli altri, da ceo di Tim. Il confronto con gli altri due blocchi globali, Asia e Usa, è impietoso: «La Corea del Sud è più piccola dell’Italia, ma ha 700 mila torri rispetto alle nostre 100 mila. In Cina nel 2025 sul 5G hanno investito in un anno quanto invece l'Europa ha investito dall'inizio del 5G ad oggi. E negli Usa la sola AT&T ha annunciato 250 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi cinque anni».
Domanda. E l’Europa?
Risposta. Bisogna agevolare allo stesso tempo il consolidamento fra operatori e gli investimenti in infrastrutture digitali. L'Europa deve agire in maniera coordinata a livello locale e centrale e deve provare a far coesistere l'attenzione al consumatore finale con misure che possano favorire gli investimenti privati.
D. Certo che ora nell’Ue, con le spinte inflattive dovute al conflitto in Medio Oriente, il contesto non è favorevole agli investimenti. Gli analisti stimano due o tre rialzi dei tassi d’interesse nel 2026.
R. Un regime di tassi alti non è ottimale per gli investimenti in infrastrutture. Ma la vera domanda è quanto dureranno questo momento e questi livelli di tassi? Cellnex investe su orizzonti di 20-30 anni. A noi interessano molto di più le proiezioni di lungo periodo, prospettiva per cui non sono preoccupato. Per quanto riguarda il debito, lo abbiamo rifinanziato a inizio 2026 a tassi pre-Iran a 10 anni, prolungando la duration. Ci siamo mossi per tempo e anche nel breve siamo ben posizionati.
D. Nell’ultima call con gli analisti sul primo trimestre ha confermato i target per il 2026. Per la leva finanziaria, ora a 6,28 volte l’ebitda, ha previsto che scenderà sotto sei volte tra il 2026 e il 2027. Riuscirete già quest’anno?
R. Cerchiamo sempre di performare prima anziché dopo. Avevamo promesso di pagare 500 milioni di dividendi nel 2026 e invece ne abbiamo pagati 1,8 miliardi fra share buyback e cedole dal 2025. Un anno prima, quindi. Vogliamo sempre stupire i nostri azionisti.
D. E sul break-even? A febbraio ha spiegato che «Cellnex è on track per arrivare al pareggio o a un profitto nel 2026-2027».
R. Ci portiamo sulle spalle una quantità di elementi non monetari come ammortamenti o enormi goodwill, pagati in passato per le acquisizioni fatte e che pesano sul risultato economico, ma non su quello finanziario. La nostra prima attenzione è la generazione di cassa netta, voce che nel primo trimestre di quest’anno, per la prima volta nella storia di Cellnex, è stata positiva. Un risultato raggiunto con la sola operatività, senza dismissioni. Credo che i nostri investitori debbano guardare più a questo indicatore.
D. Ha messo il gruppo su un sentiero di disciplina finanziaria, di crescita dei ricavi e di ritorno alla remunerazione degli azionisti, centrando i target. Ma il titolo è sotto di circa 8 euro, un -20%, rispetto all’ingresso a inizio giugno 2023. Come mai?
R. Ci sono vari ordini di motivi. I tassi di interesse più alti che non sono benvenuti nel settore delle infrastrutture. Il mercato, poi, vuole toccare con mano gli effetti per noi positivi del consolidamento: in Francia, nostro primo mercato, c'è il caso Sfr. Anche quanto successo a Inwit in Italia poi sta pesando. Infine gli investitori sono prudenti sul settore per l’impatto di Starlink.
D. Può spiegare?
R. Il fondatore Elon Musk dice che la rete satellitare non sostituirà mai quelle mobili e intanto compra frequenze. Il mercato quindi si muove in maniera prudente.
D. Quali sarebbero gli investimenti necessari per le reti italiane?
R. Sono di tre tipologie: copertura, densificazione e performance. Il 5G standalone fa parte di quest’ultima ed è uno degli investimenti assolutamente necessari per l’Italia. Altra esigenza è aumentare il numero di antenne e di copertura, sia per migliorare la connettività di alcune zone sia per servire quelle che noi chiamiamo reti delicate, come possono essere le tratte dell’alta velocità. Servirebbe un patto non solo tra operatori tlc e politica, ad esempio per agevolare il rinnovo delle frequenze in modo non oneroso in cambio di investimenti puntuali e corposi, ma anche tra operatori tlc e operatori infrastrutturali.
D. A proposito di questo, sta tenendo banco il caso master service agreement (msa) tra Inwit, Fastweb e Tim. Nel piano di quest’ultima per la transizione sono previste 6 mila nuove torri sviluppate da altre towerco. In quest’ottica sareste interessati a investire in Italia per far aumentare il vostro numero di torri?
R. Siamo molto contenti di investire in Italia con operatori che rispettano i contratti.
D. Avete già avuto interlocuzioni con Tim o Fastweb per un eventuale accordo nel caso in cui si concretizzasse il divorzio con Inwit?
R. Abbiamo realizzato degli studi tecnici commissionati da Fastweb che hanno evidenziato l’impossibilità di far fronte integralmente all’attuale copertura di Inwit. Noi e altri operatori, al momento, saremmo in grado di coprire solo circa il 40% delle loro esigenze, intorno a 10 mila torri.
D. Questo caso può trasformarsi in un rischio per il settore, indebolendo lo strumento dei contratti msa?
R. Non credo ci sia un rischio perché i contratti di msa sono molto dettagliati e realizzati da grandi specialisti, difficilmente mal interpretabili. Nel momento in cui una parte ha adempiuto tramite pagamenti di miliardi di euro all’inizio del rapporto, il minimo che ci si attende è che l’altra parte adempia a sua volta, altrimenti è inevitabile andare a discuterne nelle sedi opportune. Non voglio entrare nel merito di vicende di altre società, ma conoscendo la professionalità dei vertici di tutte le parti coinvolte mi aspetto che ci siano delle ragioni a supporto delle diverse istanze.
D. Pensa che possano arrivare a un’intesa?
R. Me lo auguro per il sistema italiano, anche se evidentemente c’è stato un problema di comunicazione tra le parti. Towerco e clienti hanno un’alta interdipendenza che suggerisce a tutti i soggetti di mantenere alta la soddisfazione reciproca. Con i nostri clienti italiani non abbiamo questo tipo di problemi e in altri Paesi ci è capitato di rivedere dei contratti. (riproduzione riservata)