Nel gennaio 2023, nel bel mezzo della fase più aggressiva di rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europa, il ministero dell’Economia ha collocato un Btp ventennale con tasso nominale annuo del 4,45%, per un importo di 7 miliardi di euro. Il taglio minimo era di 1.000 euro, ma al collocamento hanno partecipato gli investitori istituzionali, principalmente banche e asset manager, per una domanda di circa 27 miliardi. Nel giro di qualche mese, a ottobre dello stesso anno e con la Bce sempre più aggressiva, quel Btp con scadenza 2043 è arrivato a prezzare meno di 90. Oggi, dopo quasi due anni e due tagli ai tassi della Bce, lo stesso titolo di Stato ha superato il prezzo di 108, è liquido (circa 27 milioni scambiati in media negli ultimi 10 giorni) e ha, secondo quanto calcolato da Skipper Informatica, un rendimento a scadenza lordo del 3,87% e netto del 3,33%, una volta applicata la tassazione al 12,5% dei titoli di Stato.
Il caso di questo Btp a 20 anni è solo uno dei più eclatanti all’interno di un mercato secondario dei titoli di Stato italiani in grande fermento. Un mercato secondario che costituisce oggi il palcoscenico principale per chi volesse investire in obbligazioni sovrane, almeno in attesa di un’altra emissione speciale per il retail (forse un’ulteriore edizione di Btp Valore) o in alternativa mista per retail e istituzionali, che il mercato si aspetta nelle prossime settimane o mesi.
La tabella in basso, elaborata da Skipper Informatica per MF-Milano Finanza, raccoglie i 36 Btp disponibili anche agli investitori al dettaglio (taglio minimo 1.000 euro) emessi dalla metà del 2022 a oggi, cioè da quando la Bce ha dato avvio alla stagione dei rialzi dei tassi. La prima cosa che balza all’occhio è che tutti questi Btp, nessuno escluso, prezzano attualmente sopra la parità, con massimi di quasi 110. Osservando il grafico di uno qualsiasi dei titoli, il copione è quasi sempre lo stesso: forte flessione del prezzo fino a ottobre 2023, ascesa repentina sul finire dell’anno (in quei giorni Fed e Bce avevano lasciato intendere che i tagli sarebbero iniziati di lì a pochi mesi), nuova flessione, anche se più moderata, fino all’inizio dell’estate (il primo taglio di Francoforte aveva in parte deluso i mercati), seguita da un nuovo picco nelle ultime settimane, in coincidenza col nuovo rush di sforbiciate ai tassi di interesse.
Poste queste premesse, una domanda sorge spontanea: può avere senso, per un investitore che fosse riuscito a beneficiare del rally dei prezzi in atto ormai da mesi (magari dopo aver comprato ai minimi), passare all’incasso? Dopo più di due anni in cui il rendimento è stato di fatto l’unica stella polare di chi volesse investire in titoli di Stato, ora per la prima volta la variabile del prezzo torna a essere interessante. Monetizzare con i Btp in pancia, per esempio, potrebbe essere un modo per ottenere liquidità (con tanto di plusvalenza) da impiegare poi in asset di rischio come i mercati azionari, favoriti anch’essi dalla dinamica dei tassi al ribasso. Un trend che, seppur con tutti i distinguo del caso per via della stagionalità, è stato rilevato anche dai dati di agosto di Assoreti: 2 miliardi di raccolta sul risparmio gestito (con una netta prevalenza, va precisato, per i fondi obbligazionari), e solo 34 milioni di saldo per i titoli di Stato: ad agosto 2023 Btp e simili avevano generato una raccolta positiva per 2,5 miliardi.
Insomma, i possessori di Btp si trovano oggi di fronte a due opzioni: tenere i loro titoli del Tesoro in portafoglio, incassando le cedole elevate stabilite al momento dell’emissione, oppure fare cassa con i loro bond sovrani per cercare fortuna in altri lidi. Chi volesse acquistare oggi invece si troverebbe a fare i conti con rendimenti un po’ più magri (inevitabile quando il prezzo è più alto): in tabella compare ad esempio un quinquennale emesso quest’anno con scadenza ottobre 2029, che ha un rendimento effettivo a scadenza lordo del 2,72%: il titolo benchmark si muove attualmente attorno al 2,9%. Un altro esempio: un Btp a sette anni, emesso a gennaio di quest’anno e con scadenza nel 2031, che ha un rendimento effettivo lordo del 2,92%: il benchmark è a circa 3,1%.
«In questo momento valutare il Btp da solo è abbastanza difficile: non esiste una convenienza vera e propria. Quindi è importante guardare la correlazione con l’azionario e vedere il Btp come uno strumento di hedge, cioè di copertura». Parte da questa analisi la riflessione di Federico Polese, fondatore di Simplify Partners, che attualmente non è molto convinto della convenienza di muoversi sul mercato secondario dei Btp. «Allo stato attuale trovo ad esempio più interessante un investimento in dollari: la valuta americana è infatti un buono strumento di copertura del rischio».
Quanto alle scadenze, l’esperto invita a considerare due estremi opposti. «Le scadenze lunghe, intorno ai 15 anni, già scontano circa sei-sette tagli dei tassi da qui a un anno», sottolinea. «Il rischio è che se si compra una durata lunga e ci sono meno tagli del previsto il prezzo possa scendere». Su questa tipologia di bond, e senza la necessità di guardare a scadenze ancora più lunghe, «può avere assolutamente senso andare a prendere profitto».
Dall’altra parte ci sono invece le scadenza più brevi, che il fondatore di Simplify Partners identifica in «un anno o anche meno». In questo tipo di titoli di Stato però Polese vede «poco valore, perché i rendimenti sono di fatto più bassi rispetto all’inflazione». (riproduzione riservata)