I titoli pubblici italiani stanno per chiudere un anno soddisfacente, che fa seguito a un onorevole 2024. Il lento ma costante miglioramento dei rating da parte di tutte le principali agenzie, tra le quali negli ultimi giorni anche Moody’s si è convinta (dopo 23 anni) a sollevare l’Italia dall’ultimo gradino dell’area investment grade, ha condotto lo spread Btp-Bund sotto quota 83, situazione che non si vedeva da inizio 2010.
Questo, assieme dalla discesa progressiva dell’inflazione (1,7% fino ad aprile, ora 1,08% in Italia), ha fornito il giusto sostegno ai prezzi. Non solo ai titoli a tasso fisso, come i classici Btp, le cui quotazioni si sono apprezzate per le scadenze sotto i cinque anni, mentre sono rimaste stabili per quelle attorno ai 10 anni, flettendo invece su quelle più lunghe.
Ma anche, e soprattutto, ai titoli di Stato indicizzati all’inflazione (Btp Italia a quella italiana, Btp€i a quella dell’Eurozona) e ai Cct con cedole parametrate all’Euribor a sei mesi, nonostante sia sceso a sua volta quasi dello 0,5% da inizio anno.
Ad oggi sono solo tre i bond governativi, peraltro con scadenze tra il 2051 e il 2052, che hanno dato negli ultimi 12 mesi un ritorno negativo dell’investimento, considerando sia le cedole staccate sia la variazione della quotazione: tutti gli altri, salvo un paio di eccezioni, sono stati in grado di coprire abbondantemente l’1,08% di inflazione degli ultimi 12 mesi: su tutti svetta il ritorno complessivo del 7,68% del CctEu 15.4.2033, seguito dal 7,05% di un altro CctEu con scadenza 15.4.2032 e quindi dal 6,95% del Btp Italia 28.6.2030. Più in generale, queste due categorie stanno dominando la classifica 2025 dei titoli di Stato, seguiti dai Btp€i, che in molti casi battono i Btp classici.
Tuttavia l’andamento delle quotazioni di Btp e affini interessa solo a chi effettua una gestione dinamica della quota di portafoglio dedicata ai bond. Per gli investitori «cassettisti», cioè la gran parte dei risparmiatori che detiene i titoli fino al rimborso a scadenza, si pone invece la domanda di quali scegliere per l’investimento, alla luce delle condizioni di tassi e rendimenti e le relative prospettive.
Attualmente, come afferma anche la Bce definendo «bilanciati» i rischi sull’inflazione e sull’economia, è previsto un carovita in ulteriore lieve discesa rispetto ai livelli attuali per il prossimo biennio e quindi tassi poco variati rispetto a oggi, con la possibilità di assistere eventualmente a una riduzione di un quarto di punto.
Le aspettative cambierebbero qualora l’inflazione rialzasse la testa, per esempio a seguito dei dazi o di un incremento della spesa pubblica. O qualora l’attività economica rallentasse ulteriormente entrando in stagnazione o, peggio, in recessione: in quest’ultima eventualità sarebbe premiato chi scegliesse ora i classici Btp a tasso fisso o i Btp a tasso crescente (Valore e Futura), poiché si entrerebbe in uno scenario di inflazione e tassi in discesa che sancirebbe cedole più basse per le nuove emissioni a tasso fisso, nonché per quelle indicizzate all’Euribor a sei mesi dei Cct e per quelle indicizzate all’inflazione dei Btp Italia e Btp€i, anche già presenti sul mercato. Nella prima eventualità, invece, sarebbe l’esatto opposto e verrebbero premiati i risparmiatori che scegliessero ora di investire in queste tre ultime categorie di titoli indicizzati.
In caso di status quo, le domande che si dovrebbero porre i cassettisti di titolo di Stato sono due: su quale scadenza orientarsi e quali titoli sono in grado di offrire il rendimento a scadenza più elevato al netto delle imposte e al netto dell’inflazione (attuale). Da metà novembre il sito web di Milano Finanza, nella sezione Obbligazioni dell’area Mercati (www.milanofinanza.it/bond), calcola quotidianamente questo rendimento per tutti i titoli pubblici italiani, offrendo un’informazione indispensabile per i risparmiatori.
Il rendimento reale netto a scadenza dipende dalle cedole future al netto d’imposta (supposte costanti sui valori correnti, fatta eccezione per i Btp Valore e Futura che hanno un piano cedole predeterminato), dal valore di rimborso a scadenza (alla pari, eccetto i Btp€i per i quali viene rivalutato in base all’inflazione dell’Eurozona), dalla loro distribuzione temporale nel tempo, dall’attuale livello d’inflazione con cui vengono attualizzati questi flussi monetari e dal prezzo corrente del titolo. Non considera, a differenza del rendimento effettivo, il reinvestimento delle cedole nello stesso titolo fino a scadenza, ipotesi irrealistica per un risparmiatore.
Nel tratto di scadenza uno-tre anni, tra tutte le categorie di titoli di Stato è il Btp Valore 13.6.2027 ad avere il miglior rendimento reale netto annuo all’1,82% (che si confronta con un rendimento effettivo lordo annuo del 2,29%), mentre nel tratto 3-5 anni è il Btp€i Tr 0,4% 15.5.2030, con tasso annuo dello 0,4% applicato a un valore nominale (di rimborso) rivalutato in base all’inflazione dell’Eurozona intercorsa dall’emissione a oggi (il rateo totale è infatti di 23,866 centesimi, da aggiungere al prezzo di acquisto), a svettare sugli altri con un rendimento reale netto di 1,81% a fronte di un rendimento effettivo lordo del 3%.
Per scadenze comprese tra 5-7 anni il rendimento reale netto più alto, pari al 2,34%, si ritrova nel Btp€i Tr 0,1% 15.5.2033 grazie al prezzo ben sotto la pari (attorno a 91), seguito dall’1,92% del Btp€i Tr 1,25% 15.9.2032. Nel segmento tra sette e 10 anni è il Btp 1,45% 1.3.2036 a esprimere il rendimento reale netto più alto, nell’ordine dell’1,95% (3,43% è il rendimento effettivo lordo), praticamente a pari merito con il Btp€i Tr 2,35% 15.9.2035 e il Btp Futura 16.11.2033.
Oltre i 10 anni di scadenza, si distingue il 2,56% di rendimento reale netto del Btp Futura 27.4.2037 (3,78% il rendimento effettivo lordo), mentre nelle scadenze extralarge spicca il 4,27% del Btp€i Tr 0,15% 15.5.2051, caratterizzato da una quotazione attorno a 61 e un rendimento effettivo lordo del 4,66%, seguito dal 2,92% di rendimento reale netto del Btp€i Tr 2,55% 15.5.2056.
Dunque, in un’ottica reddituale, il Btp Valore 13.6.2027, il Btp€i Tr 0,1% 15.5.2033 e il Btp Futura 27.4.2037 sono quelli realmente più remunerativi e da portare a scadenza, costituendo un giusto mix in termini di diversificazione del rendimento e del rischio. Mentre il Btp€i Tr 0,15% 15.5.2051 lo è in un’ottica di preservazione certa del potere d’acquisto nel lungo termine, essendo quasi uno zero coupon con valore di rimborso indicizzato all’inflazione euro (può tornare molto utile, per esempio, in caso di lasciti o di future integrazioni pensionistiche).
Il Btp€i Tr 2,55% 15.5.2056, invece, offre fin da ora un’ottima cedola che si rivaluta con l’inflazione dell’Eurozona. Il mix più interessante (23% di peso al Btp Valore, 30% al Bti€i 2033, 35% al Btp Futura e 6% l’uno ai due Btp€i 2051 e 2056) ha una vita residua medio-ponderata di 9,94 anni, paragonabile quindi a un Btp decennale, restituendo però un rendimento netto reale annuo a scadenza ampiamente superiore (2,45%) e un’immunizzazione di quasi la metà del portafoglio contro l’andamento futuro dell’inflazione.
Volendo, i due Btp€i 2051 e 2056 possono essere rivenduti nel 2037, alla scadenza del Btp Futura, incassando la rivalutazione del capitale data dall’inflazione. (riproduzione riservata)