«Il progetto è già morto. I grossi club e la Uefa minacciano il boicottaggio (della Fifa) e senza di loro il progetto non va da nessuna parte. Gianni Infantino dirà che era solo un’idea, e andrà avanti (con il suo lavoro)». A parlare e commentare in modo lapidario, da Londra, il progetto rivelato nei giorni scorsi dalla Fifa sulla possibile privatizzazione di una parte dell’ente di gestione mondiale del calcio attraverso la creazione di una nuova divisione che porterebbe all’ingresso di capitali privati nella non-profit che gestisce il calcio mondiale, è uno dei maggiori advisor finanziari del calcio a livello mondiale.
Le reazione - non soltanto quella della Uefa che all’uninimità e in rappresentanza di 55 Paesi ha dichiarato che boicotterà i prossimi appuntamenti della Fifa - è stata unanimemente negativa soprattutto in Europa ma anche nella Concacaf, la confederazione calcistica di Nord e Centro America e dei Paesi caraibici. Quest’ultima ha criticato il suo mancato coinvolgimento nelle consultazioni sul progetto. Ora resta da capire cosa succederà dopo la rivolta delle federazioni contro la Fifa: tutto resterà invariato, verranno studiati piani alternativi, o lo stesso Gianni Infantino finirà per essere sfiduciato?
Il progetto dal presidente della Fifa, rivelato inizialmente dal Financial Times e poi confermato dalla stessa organizzazione, segue lunghe trattative ma sul piano tecnico i rappresentanti delle 211 federazioni calcistiche che compongono l’associazione non profit e dai 30 membri del suo consiglio direttivo dovrebbero votare il progetto entro il 19 settembre. Ora la votazione è oggettivamente a rischio e lo stesso Infantino vede il suo mandato in scadenza nel prossimo mese di marzo.
La nuova società, la Fifa Forward Enterprise (Ffe), dovrebbe gestire i diritti commerciali e il lato operativo degli eventi futuri della Fifa, come la coppa del mondo per le nazionali e quella per club e prevede l’entrata in scena di investitori privati con una quota complessiva fino al 21%. Alla Fifa resterebbe invece la governance complessiva della federazione, che dovrebbe aver chiuso il trienno 2023-26 con ricavi pari a 15 miliardi di dollari e un aumento del 70% sul triennio precedente. E che vanta riserve liquide per 2,7 miliardi di dollari e 6 miliardi investiti in vari strumenti finanziari.
JpMorgan è il global advisor dell’operazione, il fondo di private equity Thrive Eternal di Joshua Kushner - ovvero il 41enne fratello del genero di Donald Trump - dovrebbe investire 4,2 miliardi di dollari nella Ffe.
Gli altri due consulenti sono la OpenEconomics di Roma e la Bann Ventures americana. La prima, guidata da Raffaele Nardone e Gianluca Calvosa e che vede il fondo Algebris come azionista al 40% tramite un suo fondo, è una società di analisi e consulenza che ha già lavorato con Infantino e ha fra l’altro analizzato il danno economico della mancata partecipazione italiana alle ultime tre edizioni del Mondiale.
La Bann Ventures è di Greg Maffei, ex ceo e presidente di Liberty Media che ha gestito in passato la Formula Uno di automobilismo. Kushner, invece, ha già investito con il suo fondo nei San Francisco Giants per il baseball e anche nei Miami Heat per il basket.
L’offerta alle singole federazioni è di sostenere un investimento da parte di soggetti privati pari a 10 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni, flussi che si tradurrebbe in 20 milioni di dollari l’anno di finanziamento per ogni singola federazione, destinati a salire a 24 dal 2035 in avanti.
Curiosamente, mentre Infantino parla di «democratizzazione» del calcio, dall’Europa la risposta netta e unanime anche a livello politico è stata che «l’anima e la gestione del calcio non sono beni da scambiare», soprattutto in assenza di trasparenza su chi ne possa eventualmente trarre beneficio finanziario. Non spetta certo alla Fifa venderlo, come ha spiegato senza mezzi termini il presidente della Uefa Aleksander Ceferin.
A queste critiche, negli Stati Uniti si sono poi aggiunte le considerazioni di alcuni analisti sportivi che hanno osservato come un’iniezione di capitale da 4,2 miliardi offrirebbe sì immediata liquidità, ma vendere il 21% dei diritti futuri sulle trasmissioni, la vendita dei biglietti e i diritti sul merchandising diluirebbe in modo permanente le fonti di reddito di base (della Fifa) per i prossimi decenni.
Esempi di privatizzazione come quello suggerito da Infantino non mancano in altri sport e in altri Paesi, ma per ora la strada che vorrebbe percorrere la Fifa sembra inesorabilmente in un vicolo cieco. «(Infantino) è molto intelligente» commenta l’advisor londinese. «Ha molte idee e progetti. Vedremo cosa funziona». Ovvero non è finita qui. (riproduzione riservata)